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La maschera, il volto e il tragico

Appunti sul teatro visivo di Romeo Castellucci.

Romeo Castellucci, Credere alle Maschere (foto Massimo Lovisco)

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

29 ottobre 2026

Volto e maschera giocano nel frammezzo dell’apparire e dello scomparire, riconfigurando i piani della percezione e della relazione sia per chi la indossa sia per chi la guarda.

La maschera e il volto sono, direttamente o indirettamente, protagonisti di alcuni significativi spettacoli della 18a edizione del festival come Resuscianna e Singspiele. Credere alle maschere di Romeo Castellucci. visto alla palestra dell’istituto Einstein di Potenza il 24 e 25 ottobre, è quello che assume il tema in modo più programmatico.
In un’epoca in cui si aprono aspri scontri sulle identità e sulle loro definizioni, con forti risvolti culturali e politici, il tema della maschera torna a configurarsi come un dispositivo capace di rappresentare tensioni e rivendicazioni.
Nel teatro, la maschera è un elemento originario. Fin dalla tragedia antica, essa assolveva alla funzione di "spersonalizzazione" e oggettivazione dell’attore, affinché il tipo del personaggio potesse emergere nelle sue caratteristiche fondamentali e universali. La maschera garantiva l'immediata riconoscibilità del ruolo attraverso tratti fisionomici ed espressivi codificati, che la soggettività dell’interprete animava ma non dissolveva. Non a caso i latini la chiamavano persona.
Essa ha da sempre stabilito uno spazio di separazione, o di transizione, se si guarda alla sua matrice religiosa e rituale, aprendo un varco tra la dimensione reale e il mondo rappresentato sulla scena o dallo spazio sacro. A caratterizzarla è un’ambiguità di fondo che la sospende costantemente tra il comico e il tragico, facendo sì che il volto di chi l’indossa si annulli per portare in primo piano essenzialmente il ruolo impersonato.

Volto e maschera giocano così nel "frammezzo" dell’apparire e dello scomparire, riconfigurando i piani della percezione e della relazione sia per chi la indossa sia per chi la guarda.
Nell’attuale società tecnologica, questo dualismo assume significati inediti. La presenza di entità digitali e robotiche, dai robot umanoidi o zoomorfi agli avatar dei mondi virtuali e dei social network, tende a superare la tradizionale distanza tra reale e virtuale. Questa riflessione sul volto e sulla soggettività trova una traduzione radicale nel teatro di Romeo Castellucci, la cui ricerca affonda le radici nel pensiero di Friedrich Nietzsche e nel teatro della crudeltà di Antonin Artaud.
Da Nietzsche, Castellucci eredita la tensione profonda tra l'ordine formale e geometrico (l'Apollineo) e la forza distruttiva e informe (il Dionisiaco). I suoi spazi scenici sono asettici, rigorosi e perfetti, ma celano una materia tragica e ingovernabile. Da Artaud mutua invece l'idea della scena non come luogo di rappresentazione psicologica, ma come un attacco fisiologico e sensoriale diretto ai nervi dello spettatore.


romeo castellucci credere alle maschere massimo lovisco

La performance Credere alle maschere ne è un esempio. L'azione si svolge in un ambiente clinico e accecante, dove alcuni "domestici" (camerieri o addetti museali) mostrano cose varie naturali e artificiali, mentre sullo sfondo compaiono parole che, alla maniera della pipa di Magritte, innescano un cortocircuito paradossale tra il segno verbale e la cosa rappresentata. Gli spettatori, costretti in una posizione immobile, indossano maschere che alterano i connotati somatici. Indossarle significa sprofondare in un isolamento claustrofobico, segnato da un respiro affannoso e da uno sguardo privato della visione laterale. Questo dispositivo scenico evoca direttamente l'allegoria della caverna di Platone: gli spettatori, come gli schiavi incatenati, fissano ombre che diventano la loro unica realtà. Tuttavia, a differenza dei prigionieri platonici, qui il pubblico si confronta con una civiltà riprecipitata nel suo fondo più oscuro, dominata dalla violenza e dalla potenza della morte. L'oggetto culminante, la sedia elettrica, si erge a emblema di quella machina tragica, intesa non in senso neutro, ma come congegno ontologico e perturbante, che interroga radicalmente il nostro presente.
La medesima urgenza di sottoporre lo spettatore a un cortocircuito percettivo si ritrova in un'altra creazione di Castellucci, Il Terzo Reich (Città delle 100 scale festival, 15a edizione). Qui la riflessione sul potere si sposta sul piano del linguaggio e della comunicazione di massa, ispirandosi agli studi di Victor Klemperer sulla lingua totalitaria. La performance si configura come una tempesta visiva e sonora. Tutti i sostantivi del vocabolario italiano vengono proiettati su uno schermo a una velocità talmente elevata da superare la soglia di elaborazione del cervello umano. Contemporaneamente, una colonna sonora elettronica a bassissime frequenze percuote fisicamente la cassa toracica del pubblico. La parola perde la sua funzione comunicativa per trasformarsi in una dittatura visiva e retinica, in una violenza pura che esaurisce la capacità critica dell'individuo.

Partecipare a un'opera di Romeo Castellucci, significa compiere un'esperienza che scuote i fondamenti del pensiero logico. Castellucci porta alle estreme conseguenze la rifrazione tra linguaggio, potere e corpo. Azzera l'intreccio psicologico e la parola rassicurante nel tentativo di restituire al teatro la sua funzione originaria, che si rivela invece un rito contemporaneo privo di mito. Un rito attraversato dalla nostalgia struggente per un contatto perduto con l'origine, ma capace di mettere a nudo le gabbie e le fragilità della nostra civiltà tecnologica.
Spettacoli come Credere alle maschere e Il Terzo Reich non chiedono allo spettatore di "capire" razionalmente, ma di subire un'esperienza percettiva capaci di mostrare le fragilità e le gabbie della nostra civiltà e questo può piacere o non piacere.


foto © Massimo Lovisco