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Corpo teatro

A poche settimane dalla sua scomparsa, una riflessione in ricordo di Jean-Luc Nancy.

Jean-Luc Nancy, Maratea 2012 (Salvatore Laurenzana)

Scritto da

Giuseppe Biscaglia

Pubblicato il

17 settembre 2021

Dalla “notte incorporea”, i corpi del mondo nel loro incontrarsi, distanziarsi, mostrarsi gli uni agli altri, attirarsi, respingersi, “mostrano contemporaneamente che dietro di loro, intorno a loro c’è il fondo inappropriabile della loro provenienza".

I.
L’esistenza vuole mettersi in scena.
Fa parte del suo essere al mondo.

È intorno alla messinscena della presenza, al corpo come “ciò che viene”, che “si avvicina su una scena”, e al teatro come “ciò che dà luogo all’avvicinarsi di un corpo”, che Jean-Luc Nancy si interroga e riflette nel suo breve saggio Corpo teatro, ben consapevole che la “necessità della messinscena non è mai stata tematizzata come tale”. Neppure da Heidegger.
E lo fa a partire dalla prima grande scena che è la venuta al mondo, una “venuta alla presenza, e in questo senso una rappresentazione, un ripresentarsi, cioè un intensivo della presenza”:

“Io” non vengo al mondo come il punto sempre incorporeo del soggetto dell’enunciazione o di qualunque soggetto. Si potrebbe perfino dire: “io” non vengo mai. “Io” resta nell’anteriorità assoluta del suo essere punto,

vale a dire che gran parte della cultura filosofica occidentale pensa sempre quell’Io come un “soggetto”, una “sostanza incorporea”, come un “punto-uno”, un “ego” incapace di rapportarsi all’altro da sé, all’alter ego.
Lo stesso Heidegger, secondo Nancy, nasconde nel suo concetto di esser-ci/esistenza (Dasein) un’ambiguità. Se è certamente vero che l’esistenza di ciascuno di noi è “apertura e spazialità”, essa rimane – a dispetto della stessa tematizzazione che ne fa il filosofo di Messkirch – “ancora un punto, in qualche modo trattenuto nella soggettività del suo ogni volta mio”. In altri termini, questa soggettività non è corpo, e Heidegger “non arriva al suo corpo”.
Al contrario, la “presenza al mondo” non è altro che una “disposizione di presenze”, e quando l’altro mi vede e mi sente sa di partecipare allo spettacolo del teatro: “egli vede che una presenza si mette in scena e si presenta a lui”. E questo suo presentarsi è il presentarsi di un soggetto-corpo:

[con] i suoi occhi che si aprono, e così la sua bocca e le sue orecchie, il suo corpo si estende, si espande, si dispone. … ciò che dell’altro viene, si avvicina e ci tocca è la bocca, la voce, così come sono gli occhi che si avvicinano, il loro sguardo, il loro modo di fissare e di esaminare.

C’è tutta una pragmatica del soggetto-corpo (le mie mani, le mie gambe, il mio collo, la mia postura, il timbro della mia voce…), di tutta la superficie della sua pelle che “diventa anch’essa un teatro”:

tutto espone, annuncia, dichiara, rivolge qualcosa: modi di accostarsi o di allontanarsi, forze d’attrazione o di repulsione, tensioni per prendere o lasciare, per inghiottire o vomitare… con le sue diverse maniere di aprirsi e chiudersi, di piazzarsi e spiazzarsi, di disporsi o sottrarsi, un corpo intraprende un dramma… che è ogni volta la drammatizzazione singolare del suo modo singolare di spiccare in mezzo ad altri corpi – con i quali è stato lanciato nel cosmo.

Nelle parole di Nancy, nell’articolazione di alcuni suoi concetti chiave, si avverte qui la presenza del pensiero di Antonin Artaud (“lui, sì proprio lui, e come potremmo non essere in sua compagnia?”).
Intanto, il corpo-dramma. Un corpo-conflitto-mimesis di un conflitto cosmico:

il Cosmo è attraversato da conflitti. Questo vuol dire che il reale è conflittuale e che lo è in virtù della materia …

L’essere, attraversato da conflitti, implica che a fondamento del Cosmo c’è un atto di Creazione, che – come sostiene lo stesso Artaud – “si fa opera in due tempi”:

…c’è il momento dell’unità senza conflitto che è, insomma, solo “l’idea”, per così dire il principio e la decisione dell’esistenza del mondo, e c’è il momento dell’effettività che non sopraggiunge come un’altra tappa, ma piuttosto come l’apertura reale del mondo – del “cosmo in ebollizione” precisa il testo (il riferimento di Nancy è al saggio di Artaud, “Il teatro alchimistico” in “Il teatro e il suo doppio”)

Il Cosmo, dunque, porta in sé il conflitto, e con esso anche l’idea della pluralità. “Non c’è creazione che non sia innanzitutto distinzione, separazione, spaziamento” – “distinzione” e “molteplicità” di corpi, ma anche di forme attraverso cui i corpi si relazionano gli uni agli altri a partire dalla “grande tensione primordiale” (attrarsi/respingersi, prendersi/lasciarsi, accostarsi/allontanarsi…).

II.
Queste pagine di Nancy – a mio avviso – rappresentano anche un confronto serrato con il “Nietzsche” di Deleuze. In particolare, penso alle bellissime pagine che Deleuze dedica al tragico nietzschiano, interpretato come la grande affermazione della “pluralità del reale” e del corpo come “una pluralità di forze irriducibili”.
È evidente il riferimento al Dioniso della tradizione orfica, che tiene insieme l’uno e il molteplice, i Titani e lo smembramento del dio (diasparagmós), lo specchio, l’inganno e la conoscenza:

… dicono altresì che Efesto fece uno specchio per Dioniso, e che il dio, guardandovi dentro e contemplando la propria immagine, si gettò a creare tutta la pluralità
— Proclo

Dioniso infatti, quando ebbe posto l’immagine nello specchio, a quella tenne dietro, e così fu frantumato nel tutto
— Olimpiodoro

… con spada orrenda i Titani violarono Dioniso / che guardava fissamente l’immagine mendace nello specchio straniante
— Nonno

Per Deleuze – il filosofo che pensa “l’essere nella sua molteplicità costitutiva”, nella sua potenza costituente, nel flusso produttivo di “sempre ulteriori differenze” – Dioniso è il dio che afferma la vita, il “dio in nome del quale la vita deve essere affermata, e non giustificata o riscattata”, come invece avviene nella tradizione cristiana e dialettica:

…in tutti gli abissi io porto con me la benedizione del mio sì, dice Zarathustra, ma ancora una volta, questo è il concetto di Dioniso.

Dioniso è il dio che dice sì alla vita, alla sua sovrabbondanza, all’essere “abbastanza beato da giustificare anche un’immensità di dolore”, di “aspro dolore”.
La lacerazione dionisiaca è – per Deleuze – il simbolo diretto dell’affermazione del molteplice, che altro non è se non l’essenza stessa del tragico:

Il tragico non consiste né nell’angoscia, né nel disgusto o nella nostalgia di una unità perduta, ma soltanto nella molteplicità, nella diversità dell’affermazione come tale, e si definisce come gioia della molteplicità e della pluralità (…)

L’affermarsi della pluralità, della “contesa della pluralità” (Eraclito) fa di Dioniso il dio-fanciullo che gioca nel divenire “risorgente, sempre di nuovo, che suscita alla vita altri mondi”:

…la terra è un tavolo divino, fremente per nuove parole creatrici e per divini lanci di dadi…

È un semplice “colpo di dadi” ad affermare il divenire e l’essere del divenire:

Nietzsche identifica il caso con il molteplice, con i frammenti, con le membra, con il caos dei dadi agitati e lanciati. Nietzsche fa diventare il caso affermazione. (…).
Per caso – questa è la più antica nobiltà del mondo, che io ho restituito a tutte le cose, io le ho redente dall’asservimento allo scopo (…). In tutte le cose io ho trovato questa certezza beata: che esse, sui piedi del caso, preferiscono – danzare

Dioniso è il dio che ci insegna a danzare, che ci infonde l’istinto del gioco, che si fa chiamare “Poligete” – dio delle innumerevoli gioie. Il tragico è la sua essenza:

Il tragico è gioia; il che significa che la tragedia è immediatamente gioiosa e suscita paura e compassione solo nello spettatore ottuso, nell’ascoltatore malato e moralista che si affida ad essa per verificare il buon funzionamento delle sublimazioni morali o delle pratiche mediche di purificazione: “con la rinascita della tragedia è anche rinato l’ascoltatore estetico, in luogo del quale di solito si è presentato sinora nei teatri uno strano quidproquo, con pretese a metà morali e a metà erudite, il ‘critico’.


jean luc nancy5 maratea2012 slaurenzana

III.
Il mondo è “spaziamento” e “pluralità” di corpi. E un corpo è un’intensità, scrive Nancy. La presenza vuole l’intensità. Nella rappresentazione teatrale, sul proskenion, dove gli attori si presentano, uscendo da una delle porte disposte sul palcoscenico, il personaggio, il ruolo, la maschera, l’andatura, l’esibizione non sono altro che la messa in presenza di un corpo. Il “testo stesso è in un corpo, è corpo”:

La parola che si rivolge a qualcuno è una parola corporea. È meno significato che voce, e con la voce – o nel silenzio – il gesto, la postura, l’andatura del corpo. I corpi parlanti hanno qui una parola corporea.

Una parola-corpo rivolta ad altri corpi nel "tempo puro” della rappresentazione, nel tempo del teatro allo stato puro – “tempo sottratto al corso del tempo, insonnia nella notte che circonda il teatro e nella quale calano, insieme al sipario, attori, scena e spettatori”.
Una parola rivolta anche a noi – noi spettatori – per il semplice fatto che la messa in scena di qualcosa non può non rivolgersi a qualcuno (H. Müller).
La voce si destina così ad un’alterità. Dice tutto. Nancy cita l’Amleto di Shakespeare: “Gli attori non sanno mantenere un segreto. Dicono tutto”.
Non si dà, dunque, un’intimità nascosta, un’anima ritratta in sé, ma piuttosto il teatro e la teatralità dell’esistenza non sono altro che “esposizione”: è “il mondo come teatro… in quanto verità” esattamente come il corpo si rivela la verità dell’anima.
Nel capitolo “Esposizione”, contenuto all’interno del saggio “Corpus”, Nancy scrive:

Esposizione non significa sottrarre l’intimità al suo ritrarsi e portarla fuori, metterla in evidenza. (…). Qui l’esposizione è l’essere stesso (si chiama: l’esistere),

è l’esistenza dichiarata, presentata, non trattenuta in sé.

Nelle pagine finali del saggio, la riflessione di Nancy si sofferma sul rapporto strettissimo tra teatro, culto e “sacrificio”:

Un culto… è una condotta regolata sull’incontro con qualcosa come un mistero, un segreto, una parte riservata a cui l’atto di culto permette di avvicinarsi (sia che siamo noi ad avvicinarci ad essa o che sia essa ad avvicinarsi a noi). È la venuta alla presenza di ciò che deve restare sottratto.

Da questo punto di vista, il culto e l’attesa sono intrecciati tra loro in una relazione intima:

…che qualcosa accada, abbia luogo, si produca e appaia dal fondo di un’inapparenza essenziale. Questo si chiama “sacrificio”: si fa sacro, si fa il sacro. Il corpo teatrale che rende sacra la propria presenza…

Dalla “notte incorporea”, i corpi del mondo nel loro incontrarsi, distanziarsi, mostrarsi gli uni agli altri, attirarsi, respingersi, “mostrano contemporaneamente che dietro di loro, intorno a loro c’è il fondo inappropriabile della loro provenienza".
Non si apre forse qui, per Nancy, nell’inapparenza essenziale, nel fondo inappropriabile, un problema filosofico?


nelle foto: Jean-Luc Nancy alla summer school Mediterraneo, identità e alterità dell'Europa, Maratea 2012 (© Salvatore Laurenzana)