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Ab/Norme

Il concept della tredicesima edizione del Città delle 100 scale festival, in programma dal 31 agosto al 31 ottobre 2021.

Ab/Norme Città delle 100 scale festival, 2021

Scritto da

Francesco Scaringi e Giuseppe Biscaglia

Pubblicato il

17 agosto 2021

Il festival vuole essere uno strumento per riaccendere uno sguardo utopico spento da tempo, con una consapevolezza critica sulla norma/lità che possa suggerire una sua diversa conformazione: una normalità che sappia correre il rischio di apparire a molti abnorme.

Ma il dispositivo del festival non è mai stato fermo ad attendere chissà quale grazia. Anche lo scorso anno una dodicesima edizione è stata ideata, organizzata e portata a termine, tra le poche iniziative del genere in Italia. È accaduto in piena pandemia, mentre tutto era incerto, non senza impiego di notevoli dosi di coraggio per fronteggiare insidie burocratiche, politiche, economiche e sanitarie sempre nuove. La tredicesima edizione è stata progettata per essere bella, innovativa e internazionale, ponendo al centro come sempre la città e i suoi paesaggi urbani, ma fuori da quella diffusa retorica folcloristica e identitaria che si maschera da operazione culturale. Non si precluderà inoltre l’opportunità di aprire la prospettiva su parti del territorio lucano immerse nella storia, crocevia di culture e civiltà diverse, dal paesaggio liminare ed enigmatico.
Cosa ci aspettiamo dal futuro? Cosa ci manca? Erano questi i quesiti sottesi nella passata edizione che portava il titolo di “Assenza/Presenza”. In questa edizione è in discussione la retorica in circolo che ricorre insistentemente all’espressione “ritorno alla normalità”. Proponiamo – forzando un po’ la lingua italiana – una nuova endiadi terminologica: Ab/Norme allude ai due termini “norme” e “abnorme”, in un consueto gioco di contrasti e reciproci rimandi. Avremo modo di chiederci cosa sia la normalità e, allo stesso tempo, cosa la pandemia abbia ormai portato a una sistematica “distorsione”, a una “sfocatura”, ponendo in discussione i canoni stessi del normale. In sottotraccia si affaccia un ulteriore preoccupante interrogativo: l’invocazione del ritorno alla normalità non nasconde forse l’insidia di una (in)consapevole restaurazione che, mistificando quanto accaduto, evita di guardare al presente e al futuro con occhio critico? Non è forse possibile percepire in ciò un’aria di restaurazione, una volontà di non mettere in discussione i rapporti con la natura, quelli sociali, politici ed economici, per ridefinire orizzonti di ridistribuzione di benessere, di garanzia di dignità vitale, di libertà e solidarietà?

Il festival vuole essere anche uno strumento per riaccendere uno sguardo utopico spento da tempo, con una consapevolezza critica sulla norma/lità che possa suggerire una sua diversa conformazione: una normalità che sappia correre il rischio di apparire a molti abnorme. L’uso del termine “utopia” potrebbe suscitare timore, sembrare un rifugio nell’astrazione, nella costruzione di luoghi fantastici, per alcuni intesi addirittura come pericolosi: niente di tutto questo. Se fino a questo momento ha prevalso nel clima generale un sentire distopico, la nostra “utopia” vi si contrappone con uno slancio verso il futuro cha ha a che fare con pratiche reali e quotidiane di solidarietà, di presa di coscienza di quanto va cambiato, di nuove relazioni che si possono stabilire nella comunità e con la natura. Il festival, per quanto possibile, per le proposte spettacolari e performative e per l’articolazione nella dimensione naturale, sociale e urbana, cercherà di innescare piccole forme di “utopie reali”.

In chiusura, sono necessarie due considerazioni di contesto. Per il mondo dei lavoratori dello spettacolo dal vivo sono tempi estremamente difficili: Città delle 100 scale festival, in questo contesto instabile e rischioso, non vuole sottrarsi al dovere di dare a tanti artisti e maestranze una possibilità – se pur piccola – di espressione e lavoro, per creare nuove alleanze con operatori ed esercenti e rafforzare il carattere multidisciplinare del festival. Inoltre, desidereremmo una politica e delle istituzioni più attente e solerti, che non pensino alla cultura in termini narcisistici o come strumento per minuscoli egocentrismi.
Se ci guardiamo intorno, l’utopia è molto lontana e lo scenario che si manifesta è abnorme e distopico.