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Marcello Samela, Bouts de boits
Marcello Samela

Selvatico / Bouts de bois

dal 10 ottobre al 26 novembre 2026

Potenza, palazzo ex Enel

ingresso libero

Visitabile ogni venerdì, sabato e domenica dal 10 ottobre al 28 novembre 2026, ore 17.30-19.30

Inaugurazione 10 ottobre 2026, ore 17.30

All’anagrafe Marcel, nato e cresciuto a Parigi, Marcello Samela si rammarica spesso per il fatto che le sue strutture cognitive non si siano mai pienamente adattate all’italiano: ad Avigliano, il paese di cui è originario e in cui vive, chi lo incontra per strada si divide curiosamente tra chi lo chiama “Marcel” e chi lo chiama “Marcello”, a seconda della generazione e dell’attività che lo lega a lui. Ma quella tendenza all’inciampo della lingua che Samela sottolinea con goliardia iperbolica è solo l’indice più affiorante di un intero mondo interiore che continua a parlare e pensare in francese da oltre quarant’anni, non solo per banale consuetudine.
Da qui il titolo del suo progetto, pervicacemente in francese: Bouts de bois significa testualmente “pezzi di legno”, e potremmo tradurlo con “rametti”, “bastoncini”. Non si tratta solo di un vezzo che possa contribuire a costruire la narrativa esotizzante dell’artista, ma di una formula che schiude un mondo di appuntamenti formativi che sembrano aver costruito un’attitudine al pensiero attraverso l’esperienza. In Francia chiamano Leçon de choses quell’approccio didattico che, a partire dal XVIII secolo, prova a potenziare le facoltà conoscitive del discente attraverso l’esperienza diretta del mondo e della natura. Quella formula, non a caso, diventò il titolo dell’ultima mostra personale di Samela a Potenza, che si tenne presso Amnesiac Arts nel 2005 – oltre vent’anni fa – a cura di Barbara Improta.
Ecco che il bout de bois diventa qualcosa che va oltre il soggetto ma che non è ancora solo un pretesto: è quell’imponderabile altro da sé contro cui misurarsi in continuazione, così come, nella tradizione francese dalla Scuola di Barbizon in poi, l’esperienza diretta del paesaggio trasfigura la pittura in una pratica di esplorazione cognitiva che apre la strada alle esperienze dell’Impressionismo e del Post-Impressionismo, e all’autonomia della pittura come disciplina non votata alla rappresentazione o alla simulazione dell’immagine come oggetto retinico, ma alla conoscenza di dimensioni interiori e universali.
Bouts de bois sembra una formula da spietata tassonomia logistica, da inventario di magazzino: in mostra, effettivamente, non troverete altro che rametti, fioriti e sfioriti, dipinti con l’acrilico o in collage, su tela e su carta, ritagliati o applicati, e perfino reali rametti dipinti che si adagiano sui tappeti bianchi usati dai performer di Città delle 100 scale festival, su piedistalli vuoti o su cornici e modanature dell’architettura del palazzo. Un universo di rametti, che sono indubbiamente il soggetto della rappresentazione, e che quindi, senza ombra di dubbio, non sono affatto il soggetto dell’indagine.

Il rametto, testimone del codice impenetrabile, selvatico e lussureggiante della natura, allude al linguaggio chiaro e riconoscibile della flora, ma allo stesso tempo alle infinite possibilità della sua espressione: tutti siamo in grado di riconoscere una foglia o un albero, quando ne vediamo uno, eppure non abbiamo bisogno di conoscere le decine di migliaia di varianti delle loro forme per intuire le loro definizioni intensionali ed estensionali. Così il pittorico, nelle sue infinite manifestazioni dentro e fuori dal quadro, non è un mezzo ma una pratica, e non tende a un soggetto ma alla conoscenza, attraverso di essa, delle infinite opportunità di relazione con il mondo.
In mostra, opere provenienti dalla produzione dell’artista degli ultimi dieci anni concentrata intorno al filone della natura, che testimoniano un multiforme approccio alla pittura pur in un’indagine meta-disciplinare che entra ed esce in continuazione dalla dimensione del quadro. Varie le tecniche e i supporti, attraversati con un’attitudine alla sperimentazione quasi post-mediale, in cui la meta è sempre più indeterminata, se non irrilevante. Si faccia riferimento, per esempio, ai fleurs della stanza 6, dove l’opera “finita” è spesso dissezionata in strisce e riassemblata in combinazioni imprevedibili per lo stesso artista, che muove escursioni temerarie fuori dal progetto; o ai Fiori della stanza 1, in cui concrezioni di colore tratte dalle tavolozze di scarto vengono riassemblate per alludere a piccole esplosioni floreali, testimoniando un infinito amore per la pittura in sé e per quel rapporto del tutto indiretto ed eccezionale che essa stabilisce con il vocabolario della natura.
Talvolta l’esplorazione si perde in flânerie, quando i rametti si appoggiano o si arrampicano sulle superfici bianche dei piedistalli o dei tappeti e si mischiano tra pigne o foglie dipinte, come fossero una trasposizione del sottobosco di Vincennes su cui Samela passeggiava in età infantile con sua madre. Alcune opere inedite, poi, acquisiscono per l’occasione il titolo Selvatico, sposando l’attitudine rabdomantica del progetto espositivo alla ricerca dei sensi dell’immagine e degli spazi antropici. Nella stanza 5, rinominata “studiolo”, una piccola installazione fa da pendant a una Déjeuner sur l’herbe, après Picasso, e non Manet, a dichiarare come il lavoro di Samela si inserisca a pieno titolo in un flusso del pittorico che è intrinsecamente ed esistenzialmente intertestuale: dal Concerto campestre di Tiziano o Giorgione (1510) al Giudizio di Paride di Marcantonio Raimondi (che a sua volta trasponeva Raffaello), da Monet a Cézanne, da Alain Jacquet a Jeff Wall, la Colazione è uno dei casi più eloquenti – e certamente non isolati – di utilizzo dell’immagine come seme di un continuo questionare sull’umano. Ma è anche l’icona cristallizzata di una rottura e di una riconciliazione, di un’estraneità e di una pulsione di dispersione dentro il naturale.

Le opere di Marcello Samela tracciano con garbo insidioso un percorso pieno di esaltazione e malinconia, di slanci e di rese, di programmaticità e di aleatorietà nel Palazzo Ex Enel di Potenza, e contribuiscono a rendere ancora una volta interrogative le sue stanze che sembravano essere uscite fuori dall’orbita di ciò che è significante. Informe, forma e informalità della pittura confermano e contraddicono le ragioni dell’obsolescenza di questi spazi, colti ancora una volta ai margini della vita produttiva dei nostri giorni. Spazi di opportunità potenziale riconvertiti per paradosso, e non per feticcio, alla funzione antropologicamente rilevante dell’arte, e anzi, del museale.

[Le opere di Marcello Samela, secondo l’approccio dialogico con lo spazio e la sua storia, interagiscono e interferiscono anche con alcuni reperti degli interventi grafici a parete di Marcello Mantegazza per Contrordine / Tautologie e paradossi del 2025.]


Marcello Samela è nato a Montreuil Sous-Bois (Francia) nel 1959. Nel 1982 si trasferisce ad Avigliano (Potenza), dove attualmente vive e lavora. La sua attività artistica ha inizio nel 1977 a Parigi dove frequenta atelier di pittura e segue corsi serali di “figura dal vero” organizzati dal comune parigino. Sperimentatore di linguaggi (pittura, scultura, fotografia, performance, installazioni), dal 1989 espone in mostre personali e collettive, a Parigi e in varie città italiane. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private. La sua prima personale si svolge a Parigi nel 1995, presso “La Galleria”, per poi proseguire, tra le altre, con quella al Museo archeologico provinciale di Potenza nel 1998, a cura di Rino Cardone, e quella presso Amnesiac Arts (Potenza) nel 2005, a cura di Barbara Improta. Intanto, collettive a Milano, Napoli, Ferrara, Matera, Verona, Cagliari e altre. Tra le diverse acquisizioni pubbliche, ecclesiastiche e private, si segnala il suo ultimo lavoro per il santuario della Madonna del Carmine di Avigliano, con le grandi tele che raffigurano La Beata Vergine Maria consegna lo Scapolare a San Simone Stock e Elia e il miracolo della pioggia.