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Armando Punzo

Un'idea più grande di me

14 novembre 2019, ore 18.00

Potenza, libreria Mondadori (via Pretoria)

Ingresso gratuito

Armando Punzo
Un'idea più grande di me
Conversazioni con Rossella Menna
Luca Sossella editore 2019

Foto © Piernello Manoni.

compagniadellafortezza.org

Come trovare la forza per affrontare un’esistenza che si dischiude al futuro senza avere nessuna certezza che abbia un senso?
Immagina che ci sia qualcuno che ti sta sognando, in questo momento, e che ti sogna così come tu immagini di poter essere al massimo delle tue potenzialità. È tuo compito dare seguito al suo sogno, trovare uno sviluppo. Non credi sia bello pensare che non dipendiamo soltanto da noi e dalla nostra volontà ma anche dai sogni degli altri?

“Sono trent’anni che mi chiudo ogni giorno in questa stanza. Per la prima volta, oggi, mi è sembrata una cosa enorme. Gli inizi sono sempre prossimi alla fine, quando cominci pensi che tutto possa finire un attimo dopo”. Invece in quella stanza del Carcere di Volterra in cui è entrato per la prima volta nel 1988, Armando Punzo ci torna ogni giorno da una vita, per fare teatro con i detenuti-attori della sua Compagnia della Fortezza. “Se ho scelto di fare il mio teatro in questa stanza – ha chiarito tante volte il regista – non è perché mi interessi il carcere. Anzi. A me interessa solo chi riesce a sentirsi libero in un carcere, chi riesce a decrescere, depotenziarsi, sminuirsi, farsi talmente piccolo da passare come pensiero altro attraverso le sbarre della prigione. Il carcere reale è metafora concreta di un carcere più ampio in cui tutti viviamo. Entrare qui dentro significa varcare un limite che esiste anche nel mondo fuori, ma che in carcere è visibile in modo abnorme. Il teatro diventa uno strumento perfetto per straniarlo. Perché quel limite altro non è che l’uomo. Sono io”. Forte della sua ricerca concreta e circoscritta sul rapporto tra limiti e resistenza, in trent’anni di spettacoli nati in una cella di tre metri per nove e presentati nel cortile assolato della prigione medicea, il regista, drammaturgo e attore ha ottenuto i massimi premi e riconoscimenti italiani ed europei, facendo della Fortezza un riferimento imprescindibile nella storia del teatro contemporaneo, una compagnia che attira migliaia di spettatori a ogni nuovo debutto e calca i più prestigiosi palcoscenici del Paese.
Dal desiderio di interrogarsi sul senso profondo e sulle implicazioni personali, sociali e politiche di una scelta tanto radicale è nata Un’idea più grande di me, autobiografia dell’artista, frutto di una lunga serie di conversazioni con Rossella Menna, scrittrice e studiosa con cui Punzo dialoga dal 2012. Esito di otto anni di incontri, e due di scrittura, il volume non è (solo) un libro sul teatro, né la restituzione senza filtri di una testimonianza, ma un’opera narrativa, una sorta di romanzo di formazione sui generis. Nel corso delle sue quattrocento pagine, infatti, regista e intervistatrice, che fin dall’inizio rivelano l’intimità di un parlarsi abituale, diventano due personaggi veri e propri, protagonisti di una storia nella storia. Tra le maglie del racconto scorre cioè una seconda trama, quella di un confronto vero, portato alle estreme conseguenze, tra generazioni lontane che hanno nostalgia e necessità l’una dell’altra: l’una per trovare il coraggio di osare, l’altra per imparare a infonderlo.
Cominciando dai ricordi dell’infanzia felice, dell’adolescenza inquieta, e degli anni difficili della giovinezza in cui non è chiaro ciò che si è e ciò che si vuole essere, ma l’anima brucia e spinge a cercare una strada per sé – i dialoghi procedono in ordine cronologico e conducono il lettore verso la scoperta del teatro, l’approdo a Volterra, gli anni con il Gruppo L’Avventura, i primi tentativi da regista e da scultore, l’entusiasmo, la paura. Ma il racconto degli anni di fame e freddo, immancabili in ogni biografia che si rispetti, non evolve verso la conquista di un elisir definitivo, lasciando invece spazio a un viaggio dell’eroe che procede sul filo di un pericolo psico-fisico costante e avanza, senza riposi, per continue prove centrali «in un luogo ostile per natura, una giungla in cui se ti muovi e sbagli un serpente ti morde alla gola». Le vicende raccontate in ogni capitolo offrono l’occasione di aprire parentesi, divagare intorno a questioni senza tempo come l’amicizia, l’amore, la famiglia, la stupidità, la debolezza, la solitudine, la nostalgia del divino, la necessità inappagabile di fare di sé qualcosa di meglio di ciò che si è. Il racconto delle prime volte in carcere, dei rischi corsi, degli eventi traumatici, della felicità di momenti miracolosi, del rapporto con gli agenti, dell’intreccio di vita con i collaboratori, dei premi vinti, della pazienza necessaria e delle strategie per conquistare terreno, si fa sempre più rarefatto nella seconda parte del libro. Di anno in anno, una pagina dopo l’altra, ricordi e aneddoti perdono chiaroscuro, seguendo l’andamento di una vita che cede il passo a una vita solo nell’arte, sempre più lontana dalle trame della quotidianità, e più immersa nel mondo delle idee.

punzo menna copertina

 

… Non sono mai riuscito fino in fondo a dire cos’è quest’idea. Forse non riusciremo nell’impresa neanche stavolta. Ma magari riuscirà, in un modo che non sapremo, lo sguardo di chi si avvicinerà alla storia raccontata in questo dialogo che prova a superarci e a lanciarci oltre noi.” 
— Armando Punzo

Nella prefazione all’edizione definitiva del suo volume di conversazioni con Alfred Hitchcock, François Truffaut ha scritto che l’idea di intervistare a lungo il grande regista cinematografico è nata dalla frustrazione di un giovane cineasta, con un recente passato di critico (e quindi ancora in preda a una matta voglia di “convincere”), nel vedere clamorosamente travisato dalla critica statunitense il successo di un regista che lui riconosceva come un maestro. «Se avesse accettato, per la prima volta, di rispondere a un insieme sistematico di domande, si sarebbe potuto scrivere un libro in grado di modificare l’opinione dei critici americani», pensava Truffaut, che avrebbe annoverato per sempre Il cinema secondo Hitchcock tra le sue opere principali, alla stregua dei film più importanti che ha firmato.
Credo di poter dire che una simile presunzione abbia animato anche me nell’accettare la proposta di Armando Punzo e di Luca Sossella di approfittare del dialogo cominciato con Armando nel 2012, per realizzare un libro che provasse a illuminare molti degli equivoci che circolano intorno al suo lavoro in carcere e alla sostanza della sua arte. In qualche modo, dentro di me, volevo scongiurare il pericolo che la realtà potesse vendicarsi della sua hybris tramandando male la sua storia, ovvero consolidando le tante letture che, nell’elogiare con slancio e in buona fede le ricadute sociali dell’esperienza con la Fortezza, hanno tralasciato di mettere a fuoco con scrupolosità e precisione i caratteri straordinari della sua ricerca schiettamente artistica. Queste le premesse. Nei fatti le cose sono andate oltre. Il rigore e la costanza con cui abbiamo preso a registrare, sbobinare, smontare e rimontare le interviste per due anni hanno sprigionato, come succede in certi tuffi santi che cambiano la vita, una indescrivibile passione per il confronto. Lui aveva bisogno di raccontarsi, io di scrivere finalmente una storia e di chiedere cose che non avrei mai chiesto ad altri con tanta cavillosità. Il lavoro è andato avanti molto più a lungo del previsto, orientato anche dall’umore e dai sentimenti, intrecciandosi a mesi, anni di vita complessi, proprio mentre in me si faceva irrimandabile la resa dei conti con quel senso di angoscia, insoddisfazione e infelicità che attanaglia buona parte della mia generazione. Proprio come Truffaut con Hitchcock, ho provato a trattare Punzo come Edipo con l’oracolo. Tra una domanda sulla recitazione, e un’altra sulla regia, l’ho interrogato sulle questioni più dolorose che mi venissero in mente, ricevendone in cambio non consigli vaghi e saccenti, ma esempi tratti dalla sua esperienza, un richiamo costante al fare, alla misura concreta del lavoro. Un metodo. Penso di poter dire, infatti, che se un insegnamento veramente prezioso si può ricavare dall’autobiografia di un artista ossessivo che riformula da trent’anni la stessa domanda su di sé e sui propri limiti, è che la “pratica”, oggi più che mai, è l’unica soluzione possibile per forzare il reale e modificare davvero un pezzo di mondo; che in questo universo sconfinato dove sembra di poter fare tutto e ogni cosa appare sempre troppo poco, dove successi e sconfitte solo supposti, pensati, fantasticati, ci paralizzano e consumano, dove idee e processi non sono mai veramente nostri, dove la vastità del possibile rende insignificante ogni realizzazione – individuare una pratica precisa, fisica, concreta, e insistere per sempre, dedicarle una vita intera, è una via lastricata di rinunce ma anche di momenti di intensa felicità.
Rossella Menna


Nel 1988 Armando Punzo, regista, drammaturgo e attore, varca il cancello del Carcere di Volterra, dove fonda la Compagnia della Fortezza, prima e più longeva esperienza di teatro in un istituto penitenziario. In trent’anni ha trasformato un luogo di pena in un centro di ricerca artistica all’avanguardia. Forte di una ricerca sul rapporto tra limiti e resistenza condotta in un luogo che è metafora della prigione estesa in cui tutti viviamo, in trent’anni di spettacoli l’artista ha ottenuto i massimi premi e riconoscimenti italiani ed europei, facendo della Fortezza un riferimento imprescindibile nella storia del teatro contemporaneo. Dal desiderio di interrogarsi sul senso profondo e sulle implicazioni personali, sociali e politiche di una scelta radicale è nata Un’idea più grande di me, autobiografia dell’artista, frutto di una lunga serie di conversazioni con la scrittrice e studiosa Rossella Menna. Esito di otto anni di dialogo, e due di scrittura, il volume non è (solo) un libro sul teatro, né la restituzione senza filtri di una testimonianza, ma un’opera narrativa, un confronto generazionale, una sorta romanzo di formazione sui generis che chiama in causa molte delle questioni fonde dell’arte e della vita.
Armando Punzo è regista, drammaturgo e attore. Dal 1988 lavora nel Carcere di Volterra, dove ha fondato la Compagnia della Fortezza e dal 1996 al 2017 ha diretto il Festival Internazionale VolterraTeatro, intitolando la sua direzione artistica all’idea dei Teatri dell’Impossibile.
Rossella Menna è studiosa di teatro e critico teatrale di «Doppiozero». Come curatrice ha ideato e diretto progetti teatrali e letterari per il Festival VolterraTeatro, la Compagnia della Fortezza, Archivio Zeta, Ravenna Teatro e collaborato con il Segal Theatre della City University di New York e il Centro Studi La Permanenza del Classico dell’Università di Bologna.