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#MutazioniCovid19 n.4 - Liquido

Piove. Pomeriggio inoltrato di un tardo inverno primaverile. Una pioggia stitica e mefitica. Tutto è scombinato come il tempo atmosferico e quello cronologico, come lo scioglimento dei ghiacciai e le varie imprevedibili perturbazioni o le precipitazioni che assumono carattere monsonico.
Non sono qui per fare l'ecologista o il meteorologo dell'ultima ora. Una semplice constatazione che poi ognuno prende, cazzo, come meglio crede.
Metto su, sbracato e non ancora rassettato, la macchinetta del caffè sul fornello, nella veranda-cucina del mio minuscolo appartamento. Nel frattempo, dal mio settimo piano sulla scarpata della collina, guardo il paesaggio come da dentro una minuscola cabina di una astronave. Posso sorvolarlo e dall'alto cogliere i repentini mutamenti che ha ricevuto e continua a ricevere nel corso del tempo.
M'innalzi sulla circonvallazione, che taglia l'ancora residuo pezzetto di verde sottostante, che declina verso il fondo della vallata, verso l'altra parte della città, posizionata su una collina anch'essa, destinata, ormai, a riempirsi di centri commerciali.
Sulla sinistra s'intravede la grande scala mobile (una delle più lunghe del mondo) sproporzionata ed inefficiente per la città, che collega le due colline su cui si compongono i centri più abitati della città, il centro storico, nel quale vivo, e una delle prime periferie dei dintorni, ormai diventata un quartiere centrale ed autonomo.
In fondo, verso l'orizzonte spunta la foresta delle enormi pale eoliche che, impiantate a decine dalla speculazione sul rinnovabile, ambiguamente deturpano il paesaggio e nello stesso tempo ne danno una inquietante connotazione.
Il rumore della caffettiera mi annuncia, con il supporto dell'aroma, che il caffè e pronto. Una bella tazza mi scuoterà da questo torpore molliccio, poi scaricherò la mia vescica. È il mio rito a cui non so sottrarmi come allo spinello serale per un mediocre benessere.
Tic, tic. Lo sgocciolio viene dal rubinetto del lavabo. Con piccoli sorseggi gusto e finisco il mio caffè. Il ticchettio del rubinetto si fa intenso.
Mi giro per stringere la manopola. Sul fondo del lavabo vedo una cosa, forse un vermetto, nero e dall'aspetto arruffato.
Mi avvicino per osservarlo con più attenzione e curiosità. Un po' mi fa schifo un po' mi da l'impressione di un esserino disarmante come quei cuccioli di cane appena nati con gli occhi chiusi, che cercano famelici il capezzolo della madre. Ad un tratto sobbalza. Si contrae ad arco sulle sue estremità e fa un balzo.
Strana bocca circolare e sembra provvista di una ventosa. Continua con i balzi facendo risuonare con un sordi tonfi il lavabo.
Ma da dove cazzo viene- mi chiedo? Eppure ho disinfettato dappertutto. Forse dal vasistas aperto della verandina per far circolare l'aria.
La pioggia s'intensifica e un lampo avvisa l'arrivo di una terribile scarica di tuoni secchi e ravvicinati.
Ploff! Dal rubinetto cade sul fondo un'altro esserino. Ploff un altro ancora. In pochi secondi un flusso continuo di quei cosi riempie il lavabo tracimando sul pavimento. Istintivamente mi guardo intorno alla ricerca di una chiave d'arresto e già i miei piedi sono ricoperti da piatti e viscidi vermetti appiccicosi che con la bocca a ventosa si attaccano al mio corpo affondando i loro dentelli, nella carne. Cerco di muovermi ma non ci riesco. Anestetizzato cado stramazzato al suolo, ricoperto subito completamente dalle creature.
Non sento alcun dolore. Vago galleggiando in un liquido amniotico in uno stato di catarsi. Alleggerito mentre il mio corpo si svuota di tutti i liquidi.
I rumori si fanno lontani e le voci dalla tv più fievoli, resta nell'aria qualche debole nota dell'inno nazionale.
Compare un bagliore sullo sfondo nero che sprofonda e si rimpicciolisce sempre di più. Tic si spegne. È il nirvana.

testo e voce Francesco Scaringi
foto e musica Massimo Lovisco