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#MutazioniCovid19 n.2 - Sinuoso

Uno sguardo a Twitter. Quel babbeo non la smette di dire sciocchezze con quel suo ciuffo biondastro e il sorriso da guappo di periferia. Merda.
Scendo giù per il vicolo dove sta il mio garage sovrastato da enormi palazzi di cemento armato. Un nuovo immenso scheletro di un fabbricato mi sta di fronte.
Penso che questo sia un esempio di horror vacui, ovunque c'è vuoto, un buco in questa città, spunta una costruzione mentre sono spariti ogni lembo di natura libera.
Mi muovo dinoccolato, come una fisarmonica che si allarga e si restringe mentre l'orizzonte si fa più basso. Non avevo mai notato, scendendo per questa strada, tanti buchi, antri "caveosi" nel cemento. Dov'è il mio garage e la mia auto? Un attimo di disorientamento, chissà forse è l'effetto postumo della sbronza notturna. La sensazione e l'abitudine mi dicono che bisogna scendere sempre più giù, sino in fondo.
Strano silenzio, interrotto da vibrazioni che provengono dal suolo. I'addome è freddo, e come da bambino mi sembra di strisciare per terra sul pavimento di casa.
Davanti qualcosa si muove fastidioso a mo' di tergicristallo, trasmette informazioni sulla mia posizione e l'ambiente circostante.
Mi meraviglio di me stesso. Non pensavo di essere così agile e sinuoso!
D’improvviso scomposto in più tratti dallo sguardo, mi appare, non troppo lontano, forse ad una quindicina di metri, uno strano essere.
Parte di riflesso un impulso dal mio ipotalamo - arcaica zona del cervello - che raggiunge le mie viscere mentre non posso fare a meno di fissarlo.
Mi avvolgo a spirali concentriche tenendo il capo diritto e gli occhi puntati su quell'essere mai visto nei paraggi. Osservo immobile.
Sta aggrappato con specie di artigli ad un ramo dell'unico alberello in zona, a testa in giù come un grosso sacco capovolto. Una specie di sorcio rannicchiato su se stesso avvolto da uno strano mantello. Vagamente mi ricorda quello di Batman. Lo sguardo ne è attratto inesorabilmente.
Acuisco la concentrazione per notare movimenti sospetti. Tutto è fermo. Mi distendo dentro un solco di cemento che punta dritto verso l'albero, nella landa cementificata. Nel frattempo i succhi gastrici gorgogliano e mi sorprende una atavica fame.
La preda, sciocca, sta lì immobile. La soppeso. Consta di vari chilogrammi.
Provo a divaricare il mio stomaco, o quel che sia, per verificarne la capienza. Rassicurato avanzo.
Sono quasi sotto all'ignaro pasto.
Come d'incanto la mia bocca si apre a dismisura prendendomi di sorpresa per la flessibilità dell'articolazione. La parte posteriore del palato, staccata dal cranio si sposta all'indietro aumentando a dismisura la cavità boccale.
Ingoio tutto di un colpo con grande sforzo e felicità per una preda così facile ed in carne, almeno penso così mentre la forma della poverina s'intravvede sui miei fianchi. L'avvinghio con le mie spire e sento il rumore secco del frantumarsi delle sua ossa.
Strisciando raggiungo lentamente il mio garage a pochi metri da lì. Entro in auto e soddisfatto mi accoccolo sul sedile posteriore per un piccolo riposino digestivo.
Mi sento potente e furbo cosi trend della mio insolito pasto. Mi rilasso sonnecchiando.
Qualcosa mi disturba. È acidità di stomaco? Magari il mio solito fastidioso riflusso esofageo- mi dico tra me e me.
Senza rendermene conto è passato del tempo, qualche ora forse.
Il dolore si fa però più lancinante. Riesco a spostare appena la testa per guardare il resto del mio corpo.
Nel bel mezzo dello stomaco un buco enorme, pullulante di piccole teste di simil-sorci (cloni) che ridacchiano mentre mordono e strappano con i loro dentini aguzzi la mia carne. Urlo disperatamente paralizzato e sanguinante nella mia auto al chiacchiericcio ridanciano di una trasmissione radiofonica. Forse Fiorello.

testo e voce Francesco Scaringi
foto e musica Massimo Lovisco (Loveiscoil)