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Appunti su Otello Circus

Un’attualizzazione del dramma shakesperiano nella trasfigurazione circense: nuove letture e nuova vita per un classico.

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

06 novembre 2019

Corpi segnati dalla loro esistenza che agiscono e si muovono nello spazio della vita e che come animali in gabbia cedono al destino che gli è proprio sotto la sottile regia del persuasore che, attraverso lusinghe, sospetti e pregiudizi.

Rifare – nel senso letterale del termine – un classico è un’operazione pericolosa. A volte il massimo su cui si riesce a operare è una traduzione al contemporaneo dall’epoca in cui il dramma è ambientato originariamente. Come si suol dire, si “attualizza”. Ma l’attualizzazione può essere un’operazione facile e difficile allo stesso tempo. Facile, se l’operazione resta un semplice cambio di costumi. Difficile, se la traduzione lavora sull’essenza dell’opera, traendo forza dagli archetipi dei personaggi e ricostruendo un ambiente in cui corpi segnati nella loro presenza si reincarnano in personaggi a tutti gli effetti nuovi, come solo una regia creativa e sapiente e attori capaci possono fare. Otello Circus, con la regia di Antonio Viganò, ha avuto la capacità di realizzare tutto questo.
Il circo è il luogo del contendere e i personaggi shakespeariani ne sono i suoi animatori. Così Desdemona è un’equilibrista che sul filo della propria esistenza, innamorata dell’amore, deve attraversare l’incomprensione e la strumentalizzazione dei maschi circensi fino a una tragica fine. Otello ne è invece il capo-proprietario: balbuziente, privo della limpida parola, incapace di formulare un discorso, ammutolito dalla folle gelosia, preso dalla veemenza del potere e del comando. Cassio è un vanesio ballerino-acrobata che si perde nell’adorazione di sé. Infine Jago, il perfido Jago, è colui che affila l’arte della persuasione e della manipolazione nel ruolo di un abile lanciatore di coltelli e addomesticatore di animali.
La disperata condizione umana e la vita può scorrere entro il microcosmo circense dove si svolge uno dei più terribili drammi umani, quando l’avidità e il possesso s’intrecciano con l’amore. Corpi segnati dalla loro esistenza che agiscono e si muovono nello spazio della vita e che come animali in gabbia cedono al destino che gli è proprio sotto la sottile regia del persuasore che, attraverso lusinghe, sospetti e pregiudizi, afferma se stesso a discapito della vita di altri. E c’è, nell’intreccio di sguardi di donne, quello pietoso, empatico e accusatore dell’anima cosciente che scruta e patisce per noi e per loro.

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C’è l’essenza di Shakespeare e c’e tanto altro in Otello Circus. Non solo il canto e la musica di Verdi, che unita alle abilità circensi conduce il dramma shakespeariano dentro la grande tradizione dello spettacolo popolare. C’è anche una sapiente regia che ricostruisce fantasticamente un mondo assoluto riportandolo al un quotidiano, trasfigurato però dalla poesia del circo che già artisti come Federico Fellini avevano intuito.
Il circo di per sé è un luogo di stranezze. Ma quelle stranezze hanno la capacità di trasfigurarsi e varcare la soglia di una realtà asfittica fatta di esercizi ripetitivi e di costrizioni relazionali, di corpi deformi o portati al limite della loro efficenza fisica. Proprio grazie alla padronanza fisica, la gestualità che ne viene fuori è essenziale, capace di raccontare anche ciò che si annida nelle pieghe più profonde del sentire e che sfugge all’incastro dell’ordine delle parole.
Un circo non certamente rutilante o dalle grandi pretese spettacolari. Solo un piccolo circolo, entro cui gli spettatori vivono non della finzione degli artifici spettacolari ma della magia dell’immaginazione. Un’immaginazione che è più reale della realtà, o meglio, che permette essa stessa di rivelare la realtà quando si entra a contatto così stretto con i personaggi da restare invischiati nel loro respiro e nel loro sudore, nel loro sorriso o nel loro sberleffo, nel loro patimento o nella loro meschinità. Un circo politico che denuncia di una comunità che perpetua il delitto patriarcale.
Cosa dire... Bravi a tutti: agli attori, al regista Antonio Viganò e a Antonella Bertoni, che hanno saputo fare in modo che gli attori in scena avessero la padronanza – come si suol dire – della scena, del corpo, dello spazio e del movimento, dai protagonisti al formidabile rumorista. Grazie per aver reso possibile, con grande rispetto di tutte le competenze dei teatranti, quell’atto della meraviglia come apertura al mondo, che solo l’arte può varcare.


foto © Salvatore Laurenzana