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Da e su Animale

Il divenire animale e la visione panica di Antonio Ligabue nel lavoro poetico e potente firmato da Francesca Foscarini.

Pubblicato il

23 ottobre 2019

È possibile invertire la sentenza e riscoprire la “bestia” che é in noi, magari ricomporre l’Ankidu che siamo, l’ibrido che ci caratterizza e guardare come parte di un tutto quel mondo animale che si rivelana nella propria alterità?

Enkidu, amico mio, mulo imbizzarrito, asino selvatico delle montagne, leopardo della steppa, noi dopo esserci incontrati, abbiamo scalato assieme la montagna […], e ora qual è il sonno che si è impadronito di te?” […]. Allora ricopre la faccia del suo amico come quella di una sposa, come un’aquila comincia a volteggiare intorno a lui, come una leonessa, i cui cuccioli sono stati presi in trappola, egli va avanti e indietro.

Queste parole sono state pronunciate circa 4500 anni fa da Gilgamesh, mitico re della città sumerica Uruk, guerriero crudele, per due terzi divino e per un terzo mortale, che piange con grande dolore la morte del suo amico Enkidu, una sorta di ibrido tra un uomo e animale.
In quei tempi lontani, ai confini del mito, si può intuire che il rapporto uomo-animale doveva essere molto diverso dall'attuale, certamente più rispettoso. La nostra cultura ha tracciato una cesura tra l’uomo e gli animali facendo degli animali uno strumento a sua disposizione. Il mantra antropologico pone la distinzione tra uomo e animale nel fatto che gli animali sono programmati per vivere in un determinato ambiente mentre l’uomo nasce privo di strutture specializzate, con una intrinseca debolezza, per cui nella sua evoluzione sviluppa apparati culturali e simbolici – in particolare il linguaggio – che gli permettono di poter “dominare” l’ambiente adattandolo ai suoi scopi, compresi gli animali che possono essere “addomesticati”.
Dal punto di vista filosofico, senza rifare la lunga storia della filosofia, prevale l’idea che la cesura fondamentale tra uomo e animale è costituita dall'autocoscienza, ossia la coscienza di sé e del mondo, che ci separa dalla parte animale che risiede in noi stessi oltre che dagli animali che cartesianamente sono considerati semplici automi.

L’idea dell’uomo, nella storia europea, trova espressione nella distinzione dall'animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo.
— Theodor Adorno

Ma è possibile invertire la sentenza e riscoprire la “bestia” che é in noi, magari ricomporre l’Ankidu che siamo, l’ibrido che ci caratterizza e guardare come parte di un tutto quel mondo animale che si rivelana nella propria alterità?
È questo il tentativo di grande interesse che Francesca Foscarini e Cosimo Lopalco hanno fatto nel loro spettacolo dal titolo “Animale” a partire dalla figura di Antonio Ligabue, un artista che propria grazie alla propria “follia” ha aperto vie poetiche inedite di ricerca tra il sé e l’altro da sé. Queste le domande che lo spettacolo pone: «che cosa gli umani hanno in comune con gli altri animali e quale invece è la loro singolarità, la loro ‘anima’ di specie? E questa ‘animalità’ singolare come si relaziona alla natura che abita?».

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La performance riprende alcuni elementi biografici della vita del pittore Ligabue relative al processo che l’artista adopera per la realizzazione delle proprie opere: un processo di mimesi totale, che si spinge sino a confondere, con grande poeticità, il sé e l’altro animale. Ne viene fuori un ritratto forte, una visione in cui i piani del reale e dell’irreale s’intersecano, caricati di una forza vitale indifferente di fronte alla terribile lotta per la sopravvivenza in cui la natura rivela il proprio lato meraviglioso e terribile insieme. Ligabue appare in scena (come nella vita) con uno specchio in mano in cui non si riflette narcisisticamente; riflette, invece, il mondo entro una visione panica opposta alla visione egocentrica e antropocentrica dell’uomo nei confronti della natura e degli esseri viventi che l’abitano. Così come rileva il processo d’immedesimazione che il performer – un un bravissimo Romain Guion – potentemente opera con un triplice rispecchiamento: il performer nell’artista, l’artista negli animali, e gli animali nelle opere a cui fanno da soggetti. Grande forza espressiva attraverso lo sguardo e la postura, capace di rappresentare il pittore soprattutto nella metamorfizzazione di un corpo che pian piano assume le movenza, le posture e le sembianze di quegli animali che prima incorpora e poi riporta sulle tele.
L’ambientazione sonora è prevalentemente fatta di sovrapposizioni di versi di animali e l’illuminazione lavora su micro variazioni d’intensità marcate d’inaspettate cesure, per passare da situazioni di quiete a improvvisi turbamenti che si confondono con il respiro del protagonista. La parola tace e prende ”voce” il respiro, elemento vitale, anima del mondo.
Sono proprio gli apparati della concettualizzazione alla base del linguaggio a suddividere i viventi tra uomini e animali, esseri umani e esseri non umani, secondo una bipartizione che pone l’essere umano quale termine di paragone e principio gerarchico, mentre gli altri esseri vengono nominati genericamente come il negativo del soggetto della definizione, privi di una loro soggettività e specificità. «Curioso come la parola animale, abbia in sé la radice anima ma a loro sia stata precluso il possesso come una delle caratterizzazioni per differenziarli dagli umani e subordinarli a loro». Lo spettacolo Animale – come dichiarano gli autori – esplora la comune radice indoeuropea “ane” (respiro) delle parole italiane anima e animale e delle numerose varianti, come la parola greca anemos (vento), la gallese anadl (respiro), l’armena anjn (anima), quella latina animus/a (spirito, mente, anima, principio vitale). Quel principio vitale che anima di sé l’intero mondo in cui l’uomo deve ri-immergersi per sentirsi parte di un tutto di fronte alle molteplici forme dell’alterità non riducibili alle sue definizioni. Una tale comprensione ci pone di fronte alla responsabilità nei confronti dell’altro/animale.

Non si tratta solo di domandarsi se abbiamo il diritto di rifiutare questo o quel diritto all'animale […], ma si tratta anche di domandarsi se ciò che si chiama uomo ha il diritto di attribuire all'uomo, quindi di attribuirsi, ciò che egli rifiuta all'animale, e se ne ha mai il concetto puro, rigoroso, indivisibile, in quanto tale.
— Jacques Deridda

Lo spettacolo si chiude con l’apparire sul petto del performer, seduto a terra, dell’immagine di un animale, forse un mitico unicorno, anima che riaffiora nella sua unità primordiale per compiere la definitiva ibridazione dell’artista. È sempre bello assistere a uno spettacolo che oltre al godimento ti slancia nella dimensione della riflessione attraverso un groviglio di immagini e pensieri che qui ho cercato di dipanare.

foto © Salvatore Laurenzana