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I confini tra il dire e il fare

L'abisso è il vivido e drammatico racconto a sé e agli altri di uno scrittore alle prese con la strage nel Mediterraneo e dell’orrore dell’indifferenza quotidiana, di quella zona grigia che la filosofa Hannah Arendt qualifica come la banalità del male.

Davide Enia (foto Salvatore Laurenzana)

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

10 settembre 2020

L'arte può ancora rappresentare e dire, in un contesto in cui il chiacchiericcio rivoltante e l’indifferenza aritmetica della conta dei morti invece offuscano qualsiasi forma di rappresentazione, imponendo un silenzio che urge di essere rotto senza però diminuire la potenza e la portata di dolore, sofferenza e invocazione?

In teatro non c’è nulla di più rischioso che mettere in scena un dramma che fa riferimento all’attualità. Si può passare da una eccesso di retorica alla cronaca sensazionalista o ancora peggio allo slogan politico. Tutto ciò è evitato ne L’abisso di Davide Enia, proposto al Città Cento Scale Festival come apertura per le rappresentazioni in teatro di questa dodicesima edizione.
Lo scrittore, attore e regista ha costruito un racconto denso e stratificato nello stile dello spettacolo di narrazione politica, che trova in Enia il suo versante siciliano. Il linguaggio, con quel tanto di immaginifico barocco, si colora del tono dei cunti, e la mimica, che richiama movenza puparesche, danno al raccontare una grande intensità e forza per narrare l’inenarrabile dei nostri giorni, perché è sempre presente il rischio del silenzio nonostante la logorroica quotidiana sequenza dei bollettini e dei commenti.
Lo spettacolo è la risposta, per accennare ad Adorno di fronte alla shoa, all’interrogativo se l’arte possa ancora rappresentare e dire, in un contesto in cui il chiacchiericcio rivoltante e l’indifferenza aritmetica della conta dei morti invece offuscano qualsiasi forma di rappresentazione, imponendo un silenzio che urge di essere rotto senza però diminuire la potenza e la portata di dolore, sofferenza e invocazione.
L’abisso è il vivido e drammatico racconto a sé e agli altri di uno scrittore alle prese con la strage nel Mediterraneo, che ha assunto la vastità di un genocidio interminabile, e dell’orrore dell’indifferenza quotidiana, di quella zona grigia che la filosofa Hannah Arendt qualifica come la banalità del male. Esattamente contro questa logica aritmetica reagisce Enia mettendoci dentro se stesso e la sua famiglia per dare sostanza al dolore, parte della nostra esistenza che ci segna o dovrebbe segnarci quali esseri umani. Così come tra l’essere e il dover essere si gioca il dramma umano, storico e politico che Enia affronta con il suo racconto reso in narrazione scenica.
Il dolore rivissuto nel prossimo più familiare e intimo diventa l’emblema di quelle relazioni entro cui si costruiscono speranze, fraternità, comprensione, solidarietà. Un legame familiare e amicale che dovrebbe riflettere un legame sociale come compartecipazione al dramma degli altri, soprattutto di quelli più vessati, abbandonati e straziati nel corpo e nell’animo.

Due costanti presenze, come specchio in cui riflettersi, accompagnano il narratore. Sono lo zio malato di cancro in fase terminale e il padre, entrambi dottori. Entrambi hanno cura del silenzio che predispone all’ascolto, sanno decifrare i segni del corpo, se pur deformato, per ricostruire una intera esistenza.
I corpi degli annegati straziati e derelitti sono l’immagine più forte che il racconto riesce a dare. Quei corpi di uomini, donne, bambini e bambine che portano tutti i segni delle sofferenze e angherie subite giacciono anonimi, burocraticamete schedati e contati, privati di una identità, di un nome su cui poter riversare una lacrima, il dolore di persone care e amiche, presupposto perché la storia di una persona possa essere narrata.
Dall’altro lato il corpo-forza del sommozzatore dei soccorsi in mare aperto che deve affidarsi tutto al suo allenamento e istinto per salvare le vite salvabili sapendo, dentro di sé, che molte altre sono alla deriva e perse, mentre ingaggia una strenua lotta con il mare che spietatamente, nonostante la sua straordinaria bellezza, è perenne fonte di rischio e di morte.

enia abisso2 slaurenzana

È Il coraggio di chi ci rappresenta nello sforzo del soccorso estremo ma che nello stesso tempo è il contraltare della nostra inerzia di fronte all’attimo della decisione, in cui bisogna scegliere chi afferrare o no. L’estremo atto di un possibile loro-nostro riscatto di fronte all’abisso.
Quel corpo, che nell’attimo della decisione tenta disperatamente di dare rimedio all’assurdo dell’ingiustizia di coloro che sono costretti a legare la propria salvezza e libertà all’azzardo, al ricatto, all’abuso per recarsi verso orizzonti “irraggiungibile” di libertà o benessere.
In questa cesura tra chi sta da questa parte e chi dall’altra Enia riesce a rappresentare la sospensione di una umanità in bilico tra il poter fare e non fare, tra il misurarsi con il proprio dolore e quello degli altri, tra l’agire o rifugiarsi entro la facile solidarietà delle parole se non sprofondare nell’orrido razzismo.
Eppure c’è un passaggio preliminare che bisogna realizzare – come dice lo zio – bisogna dare nuovamente significato alle parole, annegate in una sconfinata proliferazione di meschinità e insignificanza. Anzi si rende necessario ricostruire il legame tra lingue diverse perché il dolore che si raccoglie possa trasformasi in un dire comune per potere trovare la possibilità di agire.
Lo spettacolo si compone di un testo ricco di patos, immagini, che l’autore accompagna preoccupato che ognuna di essa non sia solo effetto ma porti a fondo il senso e chi ascolta possa riceverlo nella sua autenticità. Eppure non manca di sbavature e di “ingenuità” sceniche come uno scontato uso delle luci e la presenza del musicista in scena, ormai un classico, che, a volte, risulta fuori luogo, soprattutto quando il silenzio sarebbe stato più penetrante di uno stridente accordo di chitarra. Lo spettacolo comunque scuote e il lungo applauso finale indica quanto sia stato sentito e accolto dagli spettatori.

foto © Salvatore Laurenzana