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Il primo giorno possibile

La performance di Kepler-452 è stata interamente pensata, scritta e composta durante il lockdown non solo con l’urgenza di capire, ma già con l’intento di non rinunciare a una riflessione individuale e collettiva.

Kepler-452 a Potenza (foto Salvatore Laurenzana)

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

03 settembre 2020

Quali sono le nostre paure e i nostri desideri? Cosa ci impegniamo a fare per il futuro di tutti se, effettivamente, pensiamo che le cose possano cambiare rispetto ai limiti con cui ci siamo misurati vivendo un’esperienza che segna i nostri destini e quelli dell’intera umanità? È davvero possibile un cambiamento?

Lapsus urbano, il primo giorno possibile, di e con Kepler-452 e Stagione Agorà, ha aperto mercoledì 2 settembre a Potenza, nel piazzale Adriatico, la nuova edizione del Città delle 100 scale festival, uno dei più interessanti del panorama nazionale come conferma anche il sold-out registrato. Per la direzione artistica lo spettacolo posto in apertura del festival ne rappresenta in qualche modo un manifesto perché coglie appieno la “parola d’ordine” di questa edizione, assenza/presenza. La performance è infatti costruita secondo la formula del teatro partecipato. Gli spettatori-performer indossano una cuffia che, grazie alla narrazione, alle musiche, attraverso ricordi e azioni, li trasforma in abitanti di un’isola utopica nel duplice senso di non-luogo e di ben-luogo. Sull’isola, compiendo una sorta di abreazione rispetto al vissuto durante il lockdown, sono interrogati sulla possibilità di costruire una nuova comunità dopo un'esperienza che ha messo in rilievo le fragilità esistenziali e politiche nel gioco della presenza e dell’assenza, dei bisogni e dei desideri.

La performance è stata interamente pensata, scritta e composta durante il lockdown come una sorta di presa diretta su quanto stava accadendo non solo con l’urgenza di capire, o farsene una ragione, ma già con l’intento di non rinunciare a una riflessione individuale e collettiva. Il testo, ben calibrato nella narrazione, presenta l’alternarsi di situazioni "di cronaca” – attraverso l’inserzione di voci, frasi, personaggi, protagonisti di quella fase, funzionali a riportare alla memoria quei momenti – ad azioni che ogni partecipante, guidato da un arbitro esemplare, deve compiere tramite movimenti, gesti, con la voce, per caratterizzare se stesso come individuo e membro di una comunità in una situazione traumatica che già si tenta di rimuovere.
Le musiche, tutte volutamente di compositori scomparsi (a cui si è aggiunto un breve richiamo dell'Estasi dell'oro di Morricone, morto appena dopo il lockdown, dalla colonna sonora de Il buono, il brutto, il cattivo) non solo contribuiscono a creare un'atmosfera evocativa ma si sviluppano come una linea parallela di sensazioni, memorie, richiami che come tessere di un unico mosaico costruiscono le figure che ogni partecipante trae dallo sfondo.

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Lo spettacolo si rivolge al pubblico-comunità come una vera e propria indagine su chi e cosa siamo come singoli e società. Quali sono le nostre paure e i nostri desideri? Cosa ci impegniamo a fare per il futuro di tutti se, effettivamente, pensiamo che le cose possano cambiare rispetto ai limiti con cui ci siamo misurati vivendo un’esperienza che segna i nostri destini e quelli dell’intera umanità? E cioè, per rendere esplicita la domanda di fondo: è davvero possibile un cambiamento? L’interrogativo resta aperto, lo spettacolo non offre soluzioni e il pubblico-comunità manifesta, messo alle strette, tutte le contraddizioni e le proprie perplessità su quale grado di responsabilità assumere rispetto all'esistenza singola e collettiva.
Una parte dello spettacolo, la più commovente e perturbante, pone i partecipanti di fronte al dramma della morte, con verità e senza fronzoli. La morte che oggi pervade senza visibilità, privata dall’elaborazione del lutto comunitaria, ci mostra con inquietudine le nostre fragilità presenti e future, ci chiede quale senso vogliamo dare alla nostra vita, quale mondo vogliamo costruire e lasciare agli altri.

Il pubblico di Potenza ha apprezzato e reagito positivamente. Tanti si sono commossi nell’aver rivissuto i momenti drammatici del lockdown e hanno sottolineato come la performance abbia permesso loro di prendere maggiore coscienza di quanto accaduto e di quanto sta accadendo. Bello e interessante il luogo scelto per lo spettacolo: la piazza di uno dei quartieri più popolosi e importanti del capoluogo. Il festival sarà ancora presente con altre iniziative partecipate dagli abitanti del quartiere per segnalare e capire le potenzialità e le contraddizioni della città di Potenza, che sembra non ancora in grado di riconoscere se stessa e i suoi abitanti come protagonista del proprio futuro.
Il festival continua, ricco di tante sorprese. Ne siamo contenti.

foto © Salvatore Laurenzana