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Cosa sta per accadere

Quale “normalità” dopo il sonno immunizzante? È possibile destarsi se si portano ancora addosso gli interrogativi paralizzanti dell’inquietudine? Cosa non va, cosa è cambiato, quale esperienza ci ha attraversato, cos’è in procinto di accadere?

Pubblicato il

28 agosto 2020

Si impone un gesto radicale e trasformativo. Città delle 100 scale festival non può che ricorrere ai cardini originari – più attuali che mai – della propria azione “performativa” nella città.

Domande infinite, perché vorticano intorno a un’assenza.
Ecco: si è fatto un grande sforzo per non cedere all’incertezza, alla manifesta probabilità del non essere più, all’appannarsi, giorno dopo giorno, della possibilità di progettare, realizzare, conquistare momenti di relazione, di riconnessione nello spazio pubblico. Bisogna però partire da quell’assenza, ridefinire il proprio modo di esistere, rivendicare e segnare una presenza trasformativa. Ed è opportuno farlo proprio a partire da quel mondo teatrale e culturale messo al fondo dell’interesse generale, schiacciato sull’intrattenimento opportunistico e soppiantato dall’incedere incalzante del digitale, dimensione verso cui molto si è spostato pur di sopravvivere e aprire nuovi possibili canali di produzione.

Se bisogna trarre una lezione, interpretare le realtà a venire, cogliere un segno, lo si deve fare nella tessitura di nuove relazioni sociali a partire da chi ha subito maggiormente il disagio della solitudine, dell’abbandono, della ingiustizia sociale, o da chi ha acquisito piena coscienza della propria precarietà per conquistare forme di azione dal basso. Oppure si può guadagnare la consapevolezza che qualcosa sia cambiato nel mutato rapporto che intratteniamo con la scienza, verso cui tante speranze si sono rivolte ma che non può continuare a restare neutra rispetto alla società. Oppure, ancora, possiamo notare plasticamente quanto sia sempre più impellente rimettere in discussione il rapporto della nostra specie con la natura.
È un patrimonio di urgenze e istanze irrisolte che pone chi agisce nel settore culturale di fronte alla necessità di riconfigurare la propria posizione di fronte al futuro, nella coscienza che nessun cambiamento in favore di un mondo più solidale e allargato è dato per scontato. Al contrario, ancor più potranno rendersi protagoniste quelle forze della restaurazione che nella fragilità esistenziale, economica e sociale traggono la propria forza. Ripartiamo da noi stessi, dalla nostra storia ed esperienza, dal nostro operare. Non siamo più gli stessi: riprenderemo i fili del discorso disegnando brani di orizzonti futuri.

Si impone un gesto radicale e trasformativo. Città delle 100 scale festival non può che ricorrere ai cardini originari – più attuali che mai – della propria azione “performativa” nella città. Come, per esempio, il sentimento di partecipazione al mondo della natura e la costruzione di nuove comunità inclusive, con la riconfigurazione del conflitto tra umani e non umani per la cessazione di quelle dinamiche dell’abuso per cui chi si arroga il diritto di parola lo fa nel silenzio dell’altro, spesso relegato a una vita “non degna” di essere vissuta. O come la riattivazione degli spazi pubblici e dei corpi che vi interagiscono, con una consistente inversione dello sguardo che ridesti l’attenzione su ciò che si è reso marginale e precario e costruisca nuove alleanze e interlocuzioni.

Presenza/assenza è il motto di questa dodicesima edizione nel segno delle tante emergenze, e mette in risalto in una maniera che non avremmo potuto prevedere la pertinenza e l’urgenza del percorso tracciato fin qui con le formule che hanno accompagnato le precedenti edizioni del festival: prexarietà, fuori/dentro, vuoto/pieno, spazio corpo relazione che implicavano la ricerca di nuovi orizzonti culturali, sociali e politici di fronte a una condizione esistenziale segnata dalla precarietà e dal disorientamento rispetto al futuro. Ritorniamo, dunque all’aspetto originario del festival, che ha il suo riferimento nella città a partire proprio da periferie e centri che hanno bisogno di ridefinirsi: un lavoro d’intarsio negli spazi pubblici azzittiti e svuotati, di tessitura di relazioni tra corpi feriti o invisibili, per generare resistenza e potenza di azione.
Nella composizione del panorama del festival abbiamo ricercato il contatto con il pubblico nonostante la “distanza”, fuori dagli schemi del teatro, spazio altro e sicuro, di puro godimento e meraviglia. Abbiamo preferito la performance, il gesto originario della ritualità teatrale, per “avvicinare” chi soprattutto non è pubblico. Abbiamo deciso di essere con quei corpi che segnano una presenza, prima e dopo la declamazione della parola. Abbiamo progettato l’alleanza tra essi in uno spazio pubblico che si fa comune, trasformativo e conflittuale. Per rivendicare diritti, socialità, cooperazione. Per ridisegnare le forme e i contenuti del vivere democratico.

foto © Salvatore Laurenzana