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Ardimenti e metamorfosi di una mente creativa

Il “giornale notturno” dell’artista olandese Jan Fabre, interpretato da Lino Musella, procede per rapsodie e associazioni nel fondo di una visione artistica e vitale dove umano, animale e inorganico si con-fondono.

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

03 ottobre 2019

Cos’è l’arte e chi è l’artista? Per Fabre le due cose non possano essere separate. Coincidono, e la produzione dell’opera non è altro che un prolungamento di sé. In modo particolare, è il corpo che si metaforizza, si liquefa, si dematerializza nell’accogliere la molteplicità delle forme.

Quando in primavera a Napoli ho assistito al debutto di “The Night Writer. Giornale notturno” di Jan Fabre mi sono ripromesso, prima di esprimere un giudizio, di visitare l’ampio ciclo di mostre a lui dedicate in città. In modo particolare “Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue” al Museo e Real Bosco di Capodimonte, con sculture in oro e disegni di sangue creati dall’artista dagli anni settanta a oggi, oltre a una serie inedita e sorprendente di sculture in corallo rosso realizzata appositamente per Capodimonte.
Stefano Causa, il curatore della mostra, ha dichiarato: «Fabre racconta, in una lingua non troppo diversa, una vicenda di metamorfosi incessanti; di materiali che mutano destinazione e funzione; una storia di sangue e umori corporali, inganni e trappole del senso; pietre preziose, coralli e scarabei, usciti a pioggia dai residuati di una tomba egizia, frammenti di armature, sequenze di numeri e citazioni dalle Scritture, dentro un universo centrifugo di segni… che, talvolta, diventa un sottobosco nel quale calarsi con i pennellini di uno specialista fiammingo di nature morte». Questo commento alla mostra mi sembra un buon ponte per passare all’opera teatrale, proprio a sottolineare l’indissolubilità del Fabre artista dal teatrante.

The Night Writer. Giornale notturno è un percorso dentro la mente dell’artista, un’auto rappresentazione dei suoi elementi esistenziali e creativi più sentiti. Non è un percorso cronologico, se pur tratto da alcuni scritti diaristici attualmente pubblicati da Cronopio. Nel tentativo di analizzare l’opera, procederò per associazioni di stati d’animo, di riflessioni e di atti creativi in cui l’artista si pone in gioco, nudo di fronte alle proprie miserie o esaltazioni, mentre emerge dal flusso narrativo tutto un immaginario che fa rifermento alle sue opere.
È presente un doppio registro giocato da una parte su una narrazione rapsodica e dall’altro su una mente operatrice di associazioni e accostamenti secondo un procedimento d’impronta surrealista, affinché sul vuoto della scena possano emergere i fantasmi delle opere dell’artista nell’esaltazione più mirabolante o anche più disgustosa. Cos’è l’arte e chi è l’artista? Per Fabre le due cose non possano essere separate. Coincidono, e la produzione dell’opera non è altro che un prolungamento di sé. In modo particolare, è il corpo che si metaforizza, si liquefa, si dematerializza nell’accogliere la molteplicità delle forme. Distruzione del corpo, uscita dai suoi confini di carne per diventare pneuma e mescolanza di esseri viventi e non viventi, animali e umani, cose e uomini: metallo e materiali organici tendono a fondersi in forme chimeriche e figure alchemiche per evocare simboli arcaici che sconfinano oltre le rappresentazioni sclerotizzate dell’uomo, della natura e dell’anima.
Lo spettacolo è dunque un procedere dentro una mente che si auto rappresenta e cerca di condensare eventi significativi e momenti di riflessione per tratteggiare uno spietato autoritratto dell’artista che, a volte, rasenta anche un perverso autocompiacimento. Fabre è fautore di un teatro senza drammaturgia, postdrammatico, per prendere a prestito la formula di Hans-Thies Lehmann, secondo cui le nuove forme e le nuove estetiche teatrali tendono al superamento del testo drammatico. Forme caratterizzate, come dice Valentini, da «l’assenza di sintesi; l’avversione alla compiutezza, l’inclinazione all’estremo, alla deformazione, al disorientamento e al paradosso; la nuova concezione di performance text che esso sottintende; la non-gerarchizzazione dei segni teatrali e la loro simultaneità; l’affermazione della presenza corporea».
Per cui nell’oscurità notturna tutto è lasciato all’evocazione, al rimando, all’occhio allucinato della mente del giornalista insonne. In fondo la scena è scevra di arredi: solo un tavolo, una lampadina che scende dall’alto, bottiglie a forma di teschio e tanto fumo che accompagna il consumarsi di un’anima con il desiderio di ardere di gioia o di bruciare all’inferno. Chi assiste e non sopporta l’ingombrante artista e il suo stato mentale resta fuori, non catturabile da nessun impianto scenico. Oppure brucia nel sale cosparso sul palcoscenico, che asciuga e arde lo squarcio corporeo dell’artista ma che conserva in spelonche i cervelli fossili di un filosofo, di uno scrittore, di uno scienziato e di un medico, simboli della cura del corpo e della mente, conservati in attesa di una loro rivitalizzazione per un’umanità al limite del crollo totale.

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E qui però emerge con forza la figura dell’attore, che acquista il potere dello sciamano in grado di compiere questo viaggio notturno tutto “mentale”, arazzo intessuto di parole e pensieri, nel farsi spettro dello stesso autore. Nell’economia della riuscita della performance, l’attore è fondamentale: determinante è la maestria di un grande Lino Musella, che mette tanto di proprio per non lasciare sprofondare il tutto nell’abisso del pour parler e dell’evocazione astratta, ai confini della noia intellettuale. Musella non solo dà grande spessore all’opera, articolando con la voce e i toni il racconto diaristico, ma riesce a ricondurre lo spettatore “alla scena” proprio con la capacità di sporgersi a tratti fuori dal personaggio (autore-artista) per sottolineare che si tratta comunque di un gioco di finzione. Così come è in grado, nonostante la solipsistica rappresentazione, di elaborare piccoli dispositivi fatici per mantenere un contatto con gli spettatori, proprio attraverso l’arte attoriale più consumata.
Uno spettacolo che mi ha lasciato sospeso nel giudizio, ma ciò manifesta il mio modo di rapportarmi a quest’artista ricco di contrasti il cui immaginario non è sempre congeniale al mio.


© foto Salvatore Laurenzana