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Perhaps all the dragons. Non potevamo prevederlo

La macchina spettacolare del duo belga Berlin nella zona industriale di Tito è un dispositivo sulle relazioni che ha rimesso al centro della socialità uno spazio dismesso, riconvertendolo simbolicamente alla produzione di senso.

Berlin, Perhaps all the dragons al Città delle 100 scale festival, Potenza

Scritto da

Donato Faruolo

Pubblicato il

24 settembre 2019

Il programma ci disloca e ci ricolloca, ci cambia di postazione, ci butta faccia a faccia con un’altra storia, e il dispositivo ci usa come pura, mera potenza di calcolo relazionale: tutto ha senso se siamo in grado di tenere le fila flebili di una tessitura del tutto potenziale e inverificabile tra le storie e le persone.

In ogni azione si può trovare un dispositivo: ogni cosa ha una forma in relazione a un’intenzione, anche inconfessata al suo stesso autore, che la forma rivela. Un assunto che mi guida in modo un po’ ossessivo nella lettura di un mondo “semanticamente” sfrangiato, lacerato, illeggibile, che si rivela solo nei lapsus, e che lavora lucidamente solo di simulazione e dissimulazione. Perfino la Tecnica e le tecniche (arte compresa) non sembrano più disvelare alcunché, non sembrano condurre a un punto di fuga, ma sembrano talvolta arrovellarsi nel compimento di un proprio programma specifico, come ammassi di ferraglie autoreferenziali, macchine celibi.
L’istallazione teatrale – lo è? – dei Berlin (Bart Baele e Yves Degryse) Perhaps all the dragons prende molto sul serio l’idea della macchina di senso, del congegno per articolare connessioni concettuali. Funziona, ha una modalità di esercizio, è efficiente, è capace di lavorare in base a input diversi per restituire risultati entro un certo programma. Sembra un sottomarino, una serra, un ring, uno stadio, una cellula di ascolto, sicuramente un padiglione. Si alimenta di esseri umani, trenta per volta, cui dedica ognuno una postazione lungo il proprio perimetro interno. A ogni postazione è dedicato il racconto di una storia: un omologo essere umano parla attraverso uno schermo verticale in una delle trenta lingue adoperate. Talvolta uno di essi lancia un segnale, nel buio dello spazio al di là della scena succede qualcosa, e gli altri ventinove vi si rivolgono con sorpresa e fastidio. È il gioco dei gradi di separazione, della potenza delle interconnessioni relazionali tra gli esseri umani, di cui il duo di registi sembra prendersi gioco quando una cameriera, la stessa, avanza lungo il perimetro dell’ambiente progredendo nello spazio virtuale dietro ognuno dei trenta testimonianti per offrire sempre la stessa tazza di tè. Poi il programma ci disloca e ci ricolloca, ci cambia di postazione, ci butta faccia a faccia con un’altra storia, e il dispositivo ci usa come pura, mera potenza di calcolo relazionale: tutto ha senso se siamo in grado di tenere le fila flebili di una tessitura del tutto potenziale e inverificabile tra le storie e le persone.
Infine il punto di vista a noi speculare nello schermo si allarga e ognuno dei trenta contesti si rivela un set con fondali e oggetti di scena. Lo stesso set. E quella cameriera che vi transitava, da paradosso spazio-temporale, diventa quello sciocco, troppo sciocco lapsus che avrebbe dovuto tenerci fuori dalla storia rivelandocene la finzione. Troppo tardi, tutto inutile. Cinque storie, talvolta banali, hanno già dato fondo alla potenza di calcolo dello spettatore, rendendolo suo malgrado il sesto grado di separazione mancante, una parte efficiente del programma.

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Città delle 100 Scale Festival ha installato il dispositivo nella ex Metaltecno. Molto significativamente, in uno dei tanti capannoni – tra i più belli – di un’industriosità dismessa, di una capacità produttiva che ha determinatamente preso a eludersi. Siamo a Tito scalo, in una tra le decine di aree industriali impiantate qua e là nella Prima Repubblica, in quell’era in cui politica, industria ed economia strutturavano direttamente e percettibilmente la vita delle persone. Se il papa scendeva in visita in Basilicata il suo elicottero atterrava nel grosso parcheggio proprio lì accanto, costruito per le manovre dei tir con sacro asfalto. Lì si radunavano in piedi le folle, giusto a due passi da quella Liquichimica che di lì a qualche anno si rivelerà una clamorosa bomba ecologica e il cui percorso di bonifica faticosamente si muove in questi giorni.
Questo luogo aspetta di spegnersi col pensionamento del proprio ultimo custode. Che ci si impiantasse per due giorni un’attività che potesse essere ancora capace di strutturare le nostre visioni del mondo – in una chiave certamente più laica, per necessità aperta al problematico e al controverso – nessuno l’avrebbe previsto.


foto © Salvatore Laurenzana