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Impero, moltitudine, comune

Appunti su Antonio Negri – in dialogo con Roberto Esposito – che rimettono al centro categorie interpretative dei processi in atto come fuori/dentro.

Pubblicato il

01 ottobre 2018

Già Martin Heidegger aveva sollevato l'interrogativo:
Che cosa significa pensare?
Qui si va oltre: Che cosa significa pensare in modo affermativo all’interno della contemporaneità?

Nel controbattere alle argomentazioni di Roberto Esposito, Toni Negri parte da un interrogativo: "Che cosa significa pensare in modo affermativo?"
Dal momento che la storia è discontinua e instabile, e che i processi sociali sono sempre contingenti, ragionare in maniera affermativa e costituente “vuol dire mettersi dentro e disporre il proprio pensare ad agire – nella contingenza – in relazione a quelle eventualità e a quelle tendenze”.
In sintesi, significa “ragionare per dispositivi (pensiero affermativo) cercando di identificare tendenze favorevoli alla liberazione dallo sfruttamento (pensiero costituente)”. Dunque il pensiero affermativo assume problematicamente il negativo, non lo rimuove:

Essere dentro il reale significa piuttosto esser sempre a fronte di alternative, scegliere tra il positivo e il negativo, fra essere e non essere.

Far politica è questo: scegliere, collettivamente. Ed è “in questa lotta per la conoscenza che si esprime una pratica del vero” in quanto “costruzione del comune”.
A questo punto, Negri assume tre sue importanti categorie: impero, moltitudine, comune, che secondo Esposito sono ormai in declino, per mostrarne, invece e ancora, tutta la loro potenza affermativa.

Impero
La globalizzazione ha tolto di mezzo la sovranità nazionale, riducendone la capacità di decidere in materia monetaria (capacità di configurare l’ordine economico), militare (capacità di far la guerra) e culturale (capacità di comandare la comunicazione). È questa una “tendenza irreversibile” esattamente come irreversibile è la “globalizzazione capitalistica”: “Il rinvio alla lettura del terzo volume di Das Kapital è qui necessario per coloro che non abbiano avuto il tempo di studiarlo”.
Appare abbastanza evidente che globalizzazione non significhi necessariamente Impero, ma non possiamo non tener conto del fatto che “la globalizzazione dei mercati (che vuol dire la mondializzazione della produzione e della riproduzione della vita, della finanziarizzazione e dell’estrazione sociale del valore)” non richieda “un ordine”, “un comando”, “un impero”.
Storicamente, oggi ci troviamo di fronte all’evidenza di una lotta per l’egemonia imperiale – una lotta aperta in una “prospettiva oligo-plurale” (Usa, Cina, forse Unione Europea, forse Russia…). Il problema non è se la tendenza alla globalizzazione sia irreversibile! Questo è un dato di fatto. Quanto piuttosto l’incertezza su “chi comanderà” questo processo – un processo che trasformerà i residui degli Stati-nazione in semplici provincie amministrative di quel dominio.
Ciò che sta succedendo in Europa (e in Italia) non è altro che il colpo di coda di “una concezione dello Stato (di un’illusoria omogeneità nazionale) che ci tiriamo dietro dalla modernità e che, di volta in volta, viene ripresa come se fosse un processo storico reversibile”. Non c’è – invece – nulla di più deleterio di questi “residui sovranisti”.
Le nazioni, i popoli, le patrie rappresentano “il negativo – sempre capace di trasformarsi in fascismo – nella civilizzazione contemporanea”.
Le nazioni hanno non solo prodotto – a parere di Negri – la “tragedia delle guerre europee, le atrocità del colonialismo, la mistificazione del socialismo, la collusione con gli ordinamenti gerarchici delle chiese e del padronato – ma anche e soprattutto la costruzione di classi politiche e culturali inette ad adeguarsi alla globalizzazione e a rispondere ai bisogni delle popolazioni in questa prospettiva”.

Moltitudine
Subito Negri dà – in polemica con Esposito – una definizione articolata di “moltitudine”, facendola così diventare una categoria centrale della “capacità costituente”, del “pensiero affermativo”. In questa sua definizione – ripresa in parte dalla tradizione dell’operaismo – si evidenziano due concetti fondamentali: la “composizione tecnica” e la “composizione politica” della classe lavoratrice. In altri termini, “forza-lavoro soggetta al capitale e lavoro vivo produttore di capitale, forza-lavoro dentro il capitale e classe operaia contro il capitale”. Ritorna con forza la coppia concettuale fuori/dentro.
Qui l’analisi di Negri si fa particolarmente interessante, tesa a far emergere dal “presente modo di produzione” un paradosso:

quanto più sfrutta la forza-lavoro (immateriale, intellettuale, sociale) tanto più ne mette all’opera la soggettività, quanto più normalizza questa forma di sfruttamento tanto più richiede prestazioni singolarizzate. (…) E la soggettivazione è data dalla potenza produttiva che il lavoro vivo porta in sé e dal rapporto sociale cooperativo nel quale si esprime…

Dunque, ogni determinazione è resistenza, e questa resistenza si dà – in forme diverse – all’interno del rapporto sociale capitalistico.
Non solo. La resistenza può costruire nuove possibili relazioni:

…è solo nella globalizzazione che le lotte del lavoro, che le lotte sul welfare e la riproduzione sociale possono darsi con efficacia perché è a questo livello che esse possono conoscere la negatività intera del comando capitalista organizzato. Si organizzerà la moltitudine per vincere contro il capitale? Riuscirà a costruire istituzioni, “imprese” capaci di lottare contro lo sfruttamento sociale, globale e di governare una società liberata (dallo sfruttamento e quindi dal lavoro)?

Comune
È possibile, allora, organizzare la “lotta contro il comando capitalista sulla globalizzazione”?
La risposta di Negri è chiara. Una strategia contro il comando capitalista si dà:

solo quando analizziamo il comune come cemento della cooperazione nella quale le singolarità si organizzano per la produzione sociale e, dunque, non solo munus della communitas, ma prodotto di un agire comune.

Sarà solo un processo di costruzione di istituzioni in grado di tessere “flussi organizzativi” nei quali la moltitudine può “distendersi” nel comune a rompere le catene del potere, a “leggere i singoli nomi della liberazione nella lingua del comune”.


foto © Salvatore Laurenzana