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Metaltecno (foto Salvatore Laurenzana)
Salvatore Laurenzana

Scena oltre scena

4–23 marzo 2024

Potenza, Galleria civica

ingresso libero

4 marzo 2024
ore 18.00 / Inaugurazione mostra
ore 18.45 / Incontro con Salvatore Laurenzana
intervengono
Francesco Scaringi, presidente Associazione Basilicata 1799
Donato Faruolo, critico d'arte

Foto © Salvatore Laurenzana.

Prospettive e luoghi dell’azione performativa nel Città delle 100 Scale Festival 2008-2023

La mostra, attraverso 40 scatti, segue l’evoluzione dello sguardo del fotografo, Salvatore Laurenzana, nei 15 anni di attività per il Città delle 100 Scale Festival.
Lo spazio diventa protagonista dell’azione performativa e dell’occhio del fotografo che lascia apparire dentro lo spazio della foto l’attimo gestaltico entro cui si manifesta l’intreccio delle varie dimensioni, delle azioni e delle interazioni performative.
Per una sua “lettura” abbiamo individuati alcuni nuclei concettuali e tematici che possono orientare nella “visione”, a cui chiaramente affidiamo il godimento e la riflessione soggettiva, in un dimensione, si spera, di scambio e partecipazione comune.

Paesaggio urbano
Con questa mostra si attraversano quindici anni del Città delle 100 Scale Festival, a partire dalla sua matrice originaria che è stata “Arte in Transito” (2006), con cui si faceva entrare “in scena” l’arte pubblica negli spazi della città di Potenza. Da quella esperienza nasce il Città delle 100 Scale Festival (2008), con il sottotitolo “danza e arti performative nel paesaggio urbano”. Con il termine paesaggio si andava a delineare lo spazio urbano e periurbano come luoghi di esplorazioni a partire dai quali determinare entro la città, détournement, spiazzamenti percettivi che avrebbero dovuto allargare la dimensione della città oltre una visione abitudinaria e “costrittiva”. Così come ha assunto sempre più importanza il “paesaggio naturale”, nel quale si ri-definiva il rapporto uomo-natura, secondo una rinnovata sensibilità di interrelazione e alleanze.

Danza urbana
Con la locuzione “danza urbana” non si voleva fare riferimento a un settore specifico della danza, comunemente chiamata street dance, si intendeva indicare la messa in atto di una dimensione “progettuale”, capace di innescare pratiche processuali segnate in particolare dalla danza contemporanea.
Come più volte ha sottolineato Pontremoli il corpo danzante che attraversa in libertà il pluriverso della città ne scopre prospettive inedite, ri-definisce gli spazi pubblici, tramite pratiche creative che riconformano il quotidiano, e reinventano lo spazio collettivo, “trame di anti- disciplina, tattiche di liberazione e resistenza per sfuggire ai processi di incorporazione di modelli comportamentali uniformati e omologanti” (Pontremoli, 2021).

Umano non umano
Nelle varie edizioni del festival il rapporto tra umano e non umano, natura e città si è man mano rivelato un campo di sperimentazione "trasformativa". Da una attenzione unicamente estatica ed estetica, il paesaggio è diventato autentico luogo performativo in cui il rapporto uomo-ambiente si è slegato dall’idea che solo l’operare dell’essere umano produce trasformazioni secondo una logica subordinativa di un soggetto in rapporto ad un oggetto. Come suggerisce Messori, l’“energia nel paesaggio in quanto potenza formativa specifica, opera già a livello delle sensazioni e degli ordinamenti e costituisce realmente il nostro accesso al mondo”. Un procedimento – sottolinea ancora Messori – che si connette facilmente con le dinamiche performative della danza, costituita da “un movimento fluido (rhytmos), ma non uniforme”, che “mette in scena l’apparire del mondo-ambiente [...] che, nel momento in cui si mostra, crea delle unità energiche, destinato a trasformare lo sguardo dello spettatore” (Messori, 2021).

Arti performative
Se il punto di origine del festival è stato la danza, più ampio è stato ed è il suo campo di riferimento, a partire dal teatro contemporaneo in cui riverberano le avanguardie novecentesche, la destrutturazione e ricomposizione dello spazio scenico, il superamento della quarta parete, la centralità del corpo, il relazionarsi al pubblico in modo più immediato ed interattivo, la definizione e ridefinizione degli ambienti scenici al di là del palcoscenico in una più stretta interrelazione tra teatro e vita, rappresentazione ed evento. Così come sempre più i confini disciplinari vengono sottoposti a torsioni se non del tutto fatti saltare.
Il festival ha cercato di seguire, quanto più possibile, i vari “movimenti” dell’arte performativa contemporanea, guardando con attenzione alla dimensione europea ed internazionale.

Paradossi fotografici
Una mostra fotografica risulta quasi un paradosso se si pensa alla performance, che per definizione è effimera, passeggera, sfuggente ad ogni forma di archiviazione, musealizzazione e monumentalizzazione. La sua estrema caducità la rende figlia del passare del tempo che si manifesta entro spazi transitori e transeunti come è d’altronde la stessa esistenza. Per questo essa ci attrae, e nello stesso tempo, può perturbare.
La mostra fotografica, per alcuni versi, sfida, o gioca, proprio “paradossalmente” con la sua impossibile presa oggettuale. Il punto di vista particolare, come il titolo e il sottotitolo, indica un'intenzione documentale in riferimento alla storia del festival; essa è, però, essenzialmente la “ ricerca” in progress di un fotografo che “si evolve” con l’evolversi del festival.
Si coglie, seguendo la “cronologia” appuntata, quanto muti nel corso del tempo il rapporto di mediazione tra il mezzo fotografico, il fotografo e l’atto performativo. Dall’essere inizialmente il fotografo uno “spettatore incuriosito” ad entrare sempre più nella pluridimensione della performance.

Il corpo
Il corpo, come già in altre mostre dello stesso Laurenzana, diventa protagonista. Per alludere a Merleau-Ponty, esso si fa “carne” superando la dualità corpo-mondo, in quanto i due elementi sono in continuità e come scrive il filosofo: «Toccare è toccarsi. Da intendere come: le cose sono il prolungamento del mio corpo e il mio corpo è il prolungamento del mondo, grazie a esso il mondo mi circonda» (Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, p. 266). Per esplicitare il senso si può dire che nell’esperienza percettiva, colgo l’altro da me, ma anche me stesso, i miei limiti e le mie capacità; non c’è un fuori e un dentro, non c’è un io e un altro: sono salve le distanze, le prossimità e le differenze.
Nel gesto non si dà scissione di significante-significato, il corpo diviene espressione di una potenza desiderante, creatore di alleanze tra corpi-generi diversi o mutanti. Si rivela un’esperienza fotografica immersiva, che si affina col tempo, tale che la presa fotografica, riesce “paradossalmente”, attraverso la “fissazione” dello scatto, a riflettere dall’interno le molteplici dinamiche ed interrelazioni che costituiscono una performance nella sua eventualità.

Il pubblico - i pubblici
Dire cosa sia un pubblico è molto difficile. In realtà bisognerebbe parlare di pubblici. Un festival si rivolge a pubblici “occasionali”, o situati in contesti sociali e comunitari. Costruisce anche un pubblico “festivaliero” che acquista sempre più autonomia, sino, alcune volte a sperimentare una radicale emancipazione dalla presenza del performer (come in alcune performance dei Rimini Protokoll).

Tempo e memoria
La mostra propone 40 scatti, selezionati entro un bagaglio sterminato, che Laurenzana ha prodotto ininterrottamente come unico ed esclusivo fotografo da quando il festival è nato.
Ogni scatto è dedicato ad un momento del festival seguendo i protagonisti.
La mostra non è esaustiva di tutto; qui si è privilegiato la presenza di artisti, compagnie, performer dell’area europea ed internazionale che hanno costellato il festival, arricchendone le relazioni e le interconnessioni con le tante pratiche, che hanno reso il festival ricco di grande curiosità, esperienza critica e partecipativa, in primis da parte del pubblico.
Per chi ha seguito il festival, è questa l’occasione per esercitare una sorta di rammemorazione, esercitarsi, cioè, in una particolare arte della memoria attraverso scatti di grande qualità, profondità e suggestione. Ognuno può tentare di performare attimi di vita incastonati in una costellazione di “ricordi effimeri”.

Francesco Scaringi


focus med salvatore laurenzana

Salvatore Laurenzana vive e lavora a Potenza, dove è nato nel maggio del 1968. Collabora con architetti, paesaggisti, filosofi, sociologi, poeti, grafici, compagnie e festival teatrali, musicali, cinematografici. Spicca la decennale collaborazione con l’associazione potentina Basilicata 1799 e il Città delle 100 scale festival con il quale costruisce una solida esperienza nella fotografia di teatro. La ricerca personale converge verso il racconto, nelle sue varie declinazioni visive, del rapporto che intercorre fra gesto umano e impatti conseguenti.
Tra i lavori prodotti ed esposti: nel 2021 I tuffatori di Mosar, opera presentata al Mediterranean Contemporary Art Prize con la quale vince il primo premio nella sezione fotografia; nel 2017 Soma pneumatikon presso la Galleria d’Arte Internazionale Porta Coeli a Venosa (Pz), Genesis alla Florence Biennale d’Arte dove gli viene conferito il Premio Lorenzo il Magnifico nella sezione fotografia, Sintesi Mediterraneo al Museo Provinciale di Potenza con il Collettivo Intramoenia; nel 2016 Cento Scale/Settimo ballatoio in un cantiere riadattato a sala espositiva all’interno del Città delle 100 scale festival; nel 2014 Narrazioni dello sguardo lento con Legambiente; nel 2008 Generazione 88 in occasione dell’inaugurazione del Cecilia, Centro per la creatività di Tito. Le sue foto sono state pubblicate su Domus, rivista di architettura, design e arte, Paesaggio urbano, bimestrale di architettura, urbanistica e ambiente, Meridiani, bimestrale monografico di viaggi e cultura. Nel campo del video produce, insieme a Mimmo Nardozza e Recommon, il documentario Maldagri2019 sull’impatto dell’industria petrolifera in Basilicata, Acqua che scorre con Antonio Graziadei di Paesaggi Meridiani sugli orti saraceni di Tricarico, Narrazioni dello sguardo lento per Legambiente. È aiuto regia nel lungometraggio Montedoro di A. Faretta e operatore alla camera in Nine poems in Basilicata con John Giorno di A. Faretta.