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Una composizione tautologica e paradossale

Anche questa volta Donato Faruolo ha saputo cogliere attraverso un segno grafico-artistico performativo il senso del concept del festival, “Sotto/Sopra”.

Città delle 100 scale XV edizione, manifesto 6x3 (foto Salvatore Laurenzana)

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

06 settembre 2023

La ricerca e la connotazione di un luogo e la “memoria storico-artistica” del festival sono “giocate” nel gesto grafico, che definisce il logo-segno del concept del festival attraverso una parossistica esagerazione di una geometria che, a partire da un modulo base di strisce rosse, crea una composizione tautologica e paradossale

L’idea della striscia rossa come segno base nasce da un’esplorazione fatta insieme per un luogo che avrebbe dovuto essere destinato al festival, un capannone nel quale apparivano delle segnaletiche geometriche caratterizzate da strisce parallele a delimitare e segnalare diversi piani delle sue superfici al fine di segnalarle ai veicoli in manovra. Un altro elemento considerato deriva da un’esperienza che richiama alla memoria la vita del festival: il riferimento semiologico a un’installazione di Daniel Buren, “Da una riva all'altra, la sciarpa d'Iris”, realizzata sul ponte Musmeci a Potenza in occasione di ArteInTransito (2009). Buren scelse una scala di colori e una segnaletica a strisce essenziale, tipica della sua produzione, per riprodurre una ritmica di bandiere secondo una modalità compositiva utile a ridefinire spazi e luoghi. In questo caso l’oggetto da ridefinire era la carreggiata di un ponte, di grande pregio architettonico e ingegneristico. Le bandiere, pur se composte in maniera geometrica e astratta nella linearità del loro posizionamento e nella determinazione delle scale cromatiche, grazie all’azione degli agenti atmosferici davano vitalità a un luogo delimitato entro uno spazio mentale, capovolgendo cosi i piani del sopra e del sotto, del dentro e del fuori.

Il riverbero di questi due momenti, la ricerca e la connotazione di un luogo e la “memoria storico-artistica” del festival, sono “giocate” nel gesto grafico che definisce il logo-segno del concept del festival attraverso una parossistica esagerazione di una geometria che, a partire da un modulo base di strisce rosse, crea una composizione tautologica e paradossale.
L’idea della tautologia va coniugata nei termini logici, linguistici e percettivi visuali. In senso generale, una tautologia indica qualcosa che si ripete, senza aggiungere ulteriore significato. Essa – direbbe Wittgenstein – mostra la logica, la pura forma linguistica. Può essere intesa anche però, gestalticamente, come una forma che eccede se stessa inducendo a esprimere qualcosa che è senza esserci realmente. Una messa in discussione della “realtà” percettiva. Si pensi, per esempio, alla scala di Penrose: è, infatti, uno strano oggetto percettivo, apparentemente realistico nel disegno, impossibile invece nella realtà. Paradosso d’infinitezza e indeterminazione, che crea un senso di movimento ripetitivo e trasformativo. L’arguzia dei suoi costruttori insidia la prospettiva, che per secoli ci ha fatto credere solido ciò che invece è piatto, sconvolgendo l’occhio dello spettatore, che vede qualcosa laddove quel qualcosa non c’è.

Un effetto di spiazzamento che troviamo anche nell’oggetto grafico di Faruolo, che tende a fuoriuscire da sé nonostante la sua apparente rigidità geometrica. Invece gioca in maniera tale che le simmetrie, così apparenti, allarghino la dimensione spaziale e visivo-percettiva rendendo indeterminati i confini e la topologia, le superficie e le profondità.


foto © Salvatore Laurenzana

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