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Astrazioni teatrali

Chiara Guidi e Claudia Castellucci tra il dire e il tacere.

Socìetas, Il regno profondo. Perché sei qui? (ph. Luca Ghedini)

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

11 ottobre 2022

Siamo di fronte a una situazione che sfiora l’indicibile, che affronta i limiti del linguaggio e nello stesso tempo lavora su di esso, nel suo corpo materiale sonoro e nell’astrazione rappresentativa.

Claudia Castellucci e Chiara Guidi, con Il regno profondo. Perché sei qui? di cui la prima ha curato la scrittura e la seconda la regia vocale, hanno dato vita a uno spettacolo astratto nel senso etimologico del termine, dove abstrarre significa trarre fuori. Ed è proprio scegliendo alcune definizioni di questo lemma nel dizionario che si possono ricavare indizi per tracciare un percorso interpretativo di aspetti significativi della performance. Alla voce astrarre si legge "allontanare, distogliendo l’attenzione dalla realtà immediata", quello che succede quando si legge e ci si astrae isolandosi dalle cose circostanti. In un senso più filosofico, astrarre può significare separare mentalmente alcuni aspetti da altri, oppure giudicare la forma e non il contenuto.

In scena due donne, che sono speculari l’una all’altra, vestite con abiti d’altri tempi, figure popolari e fiabesche. Parlano in sincrono, vi è una luce diffusa, le parole sono accompagnate da suoni e rumori che fanno da contrappunto o delineano spazi privi di presenza. Un podio, un palcoscenico “senza scena”. Una prima indicazione astrattiva. L’apparato scenico è privo di elementi di riferimento, che dovrebbero ancorare la situazione a una realtà o meglio a una rappresentazione di una realtà. Si potrebbe dire, vista la scena, che le due signore sono lí a dirsi qualcosa.
Portano un libro – secondo elemento di astrazione. Un’indicazione ben precisa. I libri sono luoghi della parola, assoluta protagonista dello spettacolo. Chi è che dice? Chi domanda, chi dà le risposte? Nonostante le due signore in scena ciò che si proferisce non ha principio e fine.
È la spericolata avventura della ricerca di un senso, che continuamente sfugge per la molteplicità dei significati che le parole possono assumere.
Siamo di fronte a una situazione che sfiora l’indicibile, che affronta i limiti del linguaggio e nello stesso tempo lavora su di esso, nel suo corpo materiale sonoro e nell’astrazione rappresentativa.
Terzo indice astrattivo. Il tono della voce non ha nulla di “naturale”. S’imbastisce una sonorità che agisce attraverso l’alterazione degli apparati prosodici, sovrasegmentali e fonetici, la costruzione di una ritmica “atificiale” su cui la parola fattasi suono danza. I silenzi attendono echi di risposte che non giungono. Il significato eccede dalla semplice referenza, che investita di forze centrifughe si fa indeterminata, come tutta la situazione che si va a creare.
Le domande sono semplici e antiche, riguardano il chi sei, la libertà, il rapporto con l’altro. Quest’altro che può essere l’assolutamente Altro (Dio), incoglibile da qualsiasi parola o immagine, con cui si imbastisce un dialogo fatto di domande da cui invano si attende una risposta priva di contraddizioni, insite nel limite delle stesse parole che non possono dire l’assoluta alterità se non per negazione, teologia negativa.
Iconoclastia, la parola è(e) luce. Quarto elemento astrattivo. La luce illumina ma non può essere illuminata. La luce si fa puro chiarore, apparizione dell’ineffabile, come la luce che avvolge il mistico nell’unione con la divinità, l’impossibile alterità.
Quinto indizio astrattivo. Dall’aulico si può precipitare nel quotidiano ma, paradossalmente, le cose non cambiano. La parola è disarticolata dalla molteplicità dei segni ossessivi e ripetitivi del consumo e della pubblicità. Vagano in una galassia d’insignificanza cognitiva, usati pragmaticamente come istruzioni d’uso e script comportamentale senza più nulla da dire, rumore di fondo che si fa oscuro silenzio.
È sul bordo di questa indeterminatezza che lo spettacolo si chiude lasciando nell’incertezza lo spettatore per l’inizio dell’applauso.

Lo spettacolo, se non colto già da subito come “forma sonora” con una vera e propria partitura, sfugge all’attenzione dello spettatore, che non riesce a seguirne l’orchestrazione e l’esecuzione. Di qui il duplice atteggiamento. Si può cogliere la possibilità di seguire le due protagoniste nella loro performance composta di sfumature e rimandi linguistici tra i vari registri sonori/musicali e metaforici. Oppure restare interdetti ed essere disturbati da tanta “innaturale” espressività.
La straordinaria storia e ricerca teatrale delle due protagoniste della performance si possono trovare nelle annotazioni della scheda dello spettacolo, così da potere comprendere la poetica e le forme teatrali esplorate o “inventate” da Chiara Guidi e Claudia Castellucci (Socìetas Raffaello Sanzio). Sono una parte importante del teatro contemporaneo, fuori dal tempo e da schemi rassicuranti. Un teatro contemporaneo che “sfonda”, ovvero priva di fondo, la scena per coglierne l’origine sacrale e rituale.


foto © Luca Ghedini