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Il paesaggio, un mostro che infrange le tassonomie del controllo

Quello di Annalisa Metta è un testo strutturato per nuclei narrativi, che vuol far interagire su più piani l'estetico, il riflessivo e il narrativo.

Annalisa Metta, incontro a Potenza (foto Salvatore Laurenzana)

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

20 settembre 2022

Il testo si apre a vari percorsi che si intrecciano tra di loro. O se vogliamo, per essere ancora più immaginifici, un percorso rizomatico, che non ha nessuna pretesa di arrivare a definizioni univoche ma cerca di creare nessi e relazioni.

Il 13 settembre 2022, presso il polo bibliotecario di Potenza, si è tenuto, in collaborazione con l’Ordine degli architetti di Potenza, l'incontro con Annalisa Metta dal titolo Il paesaggio è un mostro. In dialogo con Metta, Mariavaleria Mininni (Unibas) e Gerardo Sassano (Volume Zero). L'iniziativa s’inserisce nella sezione del festival “Vertigini. Seduti sull’orlo di un abisso”, che cerca di esplorare tematiche che fanno riferimento al concept del festival “dire/tacere”.  
La collaborazione di Annalisa Metta con il Città delle 100 scale festival è di lunga data. In più occasione il festival si è fatto promotore di rigenerazione di spazi pubblici e di “costruzioni” di giardini nello spirito di Gilles Clément, che hanno segnato gli spazi performativi del festival e la città di Potenza. Ecco uno stralcio della mia introduzione all’incontro che tratta alcuni temi del testo di Annalisa Metta “Il paesaggio è un mostro. Città selvatiche e nature ibride”, (Derive Approdi, 2022).

Il testo di Annalisa Metta si presenta come un lungo racconto intorno a una riflessione. Si compenetrano varie dimensioni dell’essere e del pensare in merito a una professione, a una passione e a un modo di sentire. È un testo che si muove al suo interno su alcuni temi fondamentali come la forma della variazione fa in musica. È diviso per nuclei narrativi – utilizzo questo termine non a caso, ho l’impressione che si voglia uscire da un tecnicismo che incastra in procedure e classificazioni per aprire il linguaggio a possibilità altre. Ogni nucleo è “sintetizzato” da un riferimento letterario/filosofico e uno iconico, volendo fare interagire più piani l’estetico, il riflessivo e il narrativo.
Metta traccia un percorso a cerchi concentrici, inclusivi, che parte dalla dimensione estetica, dalla sensibilità e percezione, quindi dal corpo, sino a incontrare l’astrazione, la riflessione e la dimensione critica progettuale. Il testo si apre a vari percorsi che si intrecciano tra di loro, come – ad esempio – partire da una passeggiata per definire un parco e le sue problematiche. O se vogliamo, per essere ancora più immaginifici, un percorso rizomatico, che non ha nessuna pretesa di arrivare a definizioni univoche ma cerca di creare nessi e relazioni.
I temi di fondo sono quelli “classici”: paesaggio, giardino, natura, città, progetto. Intorno a questi temi si sviluppano diversi percorsi intrecciati che ne destrutturano i significati e i sensi per operare in direzioni nuove e inedite, per testare nuove sensibilità nei confronti della natura e nel rapporto tra umani e non umani. E quanto più intima si fa questa esperienza, tanto più ci si allontana dalla pretesa di poterlo definire in termini di opposizioni, esclusioni, dualismi che contrappongono etica/estetica, natura/cultura, soggetto/oggetto. Di qui l’emergere della inquietante e perturbante dimensione della mostruosità rispetto a consuetudini di vita, di dimensione estetica e sistematizzazioni disciplinari che vengono messe in discussione e sottoposte a nuove pratiche, a nuovi rapporti tra essere e dover essere, tra la dimensione del fare e del pensare.


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Nonostante lo spessore teorico e la ricchezza dei riferimenti, il libro ha una sua bellezza narrativa che lo rende arioso e fruibile anche a lettori non specialisti, che possono godere di una scrittura avvincente e di un divagare tra lo spazio e il tempo quale indice del continuo mutamento e della metamorfosi della realtà. Nel ripercorrere i sentieri esplorati e praticati da Annalisa Metta, si coglie un particolare modo di rapportarsi al mondo. “Il modo migliore di raffigurare il nostro rapporto con l'Universo è – come dice il filosofo Emanuele Coccia, ben presente nel libro – quello dell'immersione". Non ci dovremmo rapportare al mondo come un soggetto si rapporta a un oggetto, "ma come una medusa vive nel, con e attraverso il mare che le permette di essere ciò che è”. Ed è questo il punto di vista che, seppur a volte con qualche inquietudine, apre nuove prospettive in epoche d’incertezze e paure per il futuro.


foto © Salvatore Laurenzana