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Cacciari e L'uomo senza qualità

Un nuovo percorso di riflessione sul nostro tempo con pensatori che si arrischiano su nuovi sentieri. Primo ospite: Massimo Cacciari, che ha presentato il suo ultimo saggio presso il Polo Bibliotecario di Potenza il 3 giugno 2022.

Massimo Cacciari a Potenza (foto Salvatore Laurenzana)

Scritto da

Francesco Scaringi

Pubblicato il

22 luglio 2022

Cacciari evidenzia la “visione” di Ulrich tenendo sullo sfondo, oltre Nietzsche con il Nichilismo e l’oltre-uomo, figure quali Max Weber, il filosofo del disincanto dell’epoca moderna, della razionalizzazione, del rapporto tra etica delle intenzioni e della responsabilità e Wittgenstein con la discussione sui fondamenti del linguaggio e della logica.

La domanda che ci porta al testo di Cacciari “Paradiso e naufragio. Saggio su L’uomo senza qualità di Robert Musil è: cosa spinge a leggere o rileggere un testo come L’uomo senza qualità di Musil?
È sempre molto interessante quando un filosofo si confronta con la grande letteratura. C’è anche da aggiungere una ulteriore considerazione, ovvero se il ritornare su un’opera, al di là di ciò che è il semplice studio accademico, non sia anche spinto da una certa urgenza che può essere palese o che agisce inconsapevolmente sulla scorta di segni ancora non espliciti del tutto, ma che colgono la nostra attenzione.
Cacciari si è sempre confrontato con la letteratura. Significativo, almeno per me, fu un suo libro, Dallo Steinoff (1980) in cui metteva in relazione tutte una serie di figure filosofiche, artistiche e letterarie che popolavano la Vienna del finis Austriae e della Mitteleuropa. Io credo che per Cacciari il testo di Musil sia la proiezione della Vienna che si intravede Dallo Steinoff, una rappresentazione fenomenologica della crisi che si manifesta nei protagonisti del romanzo, nella sua struttura “formale”, nelle modalità linguistiche. Come in Dallo Steinoff, Cacciari si sporge qui sul panorama del variegato mondo del “Regno di Kakania”, il regno delle due “k.k.”, come ironicamente Musil lo chiama nel romanzo. È il Regio Impero asburgico di Francesco Giuseppe nei suoi ultimi bagliori, vissuto attraverso l’acuto spirito dello scrittore Robert Musil che, insieme ad altri “uomini postumi” – come li definisce Cacciari – vivono il senso della fine di un ordine senza nostalgia del passato, inoltrandosi per nuovi sentieri da percorrere.

Lo scrittore austriaco Robert Musil vive tra il 1889 e 1942. Figura poliedrica di scrittore di formazione matematico-scientifica, studioso di psicologia della Gestalt, attento osservatore della società del suo tempo, trasferirà queste caratteristiche nel protagonista del romanzo, Ulrich. Con l'avvento del nazismo è costretto a fuggire in Svizzera perché la moglie è di origine ebraica. Scrive il suo capolavoro in condizioni di vita precarie sia dal punto di vista sociale che economico.
Il romanzo L’uomo senza qualità non sarà mai terminato. Una prima parte sarà pubblicata nel 1930 e una seconda nel 1933 sotto la spinta degli editori e della moglie. Sulla non conclusione del romanzo ci sono varie tesi. Cacciari aderisce all’idea che, così come conformato e per i contenuti che contiene, il romanzo aveva come suo destino l’incompiutezza.
Il romanzo di Musil è una delle opere che apriranno le porte al Novecento insieme ad altri grandi scrittori dello spessore di Kafka, Proust, Joyce, per i tratti espressivi e formali e per i temi colti nell’opera.
La maggior parte delle pagine pubblicate furono scritte tra gli anni venti e trenta, con un grande lascito di parti abbozzate e una grande quantità di inediti che mostrano la complessità del romanzo, la cui scrittura accompagnò l’autore fino alla morte. Le vicende narrate si svolgono intorno al 1913, nella Vienna Imperiale, dove i vari personaggi raffigurano la grande società dell’epoca. Musil tratteggia figure “tipiche” del tempo. Vuole raccontare in che modo quel tempo è compreso e vissuto. È evidente che non vuole realizzare una ricostruzione storica o un romanzo di atmosfera. Quelle vicende, per usare un'immagine cinematografica espressionistica, allungano la loro ombra sin dentro gli anni in cui Musil vive, mentre assiste ad altri sconvolgimenti che porteranno alla seconda grande catastrofe mondiale. Il personaggio di riferimento per lo scrittore si chiama Ulrich. Lo sguardo di Musil/Ulrich è attento, partecipe e allo stesso tempo segnato da ironia critica verso l’inconsapevolezza che regna dentro il mondo in cui si aggira.

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Cacciari in questo saggio opera come un fenomenologo, “evidenzia” le figure fondamentali che popolano il romanzo, caratterizzandole con delle qualità: l’idealista ingenua, Diotima che è anima dell’azione Parallela. Il fanatico, Hans Sepp, e sul versante opposto Schmeisser, o il mistico Meingast, ispirato al filosofo Klages, che contrappone l’anima (seele) allo spirito (geist). Il militare, il generale Stumm, il realista conservatore, il Conte Leinsdorf, l’industriale (il capitalista) che aspira alla dimensione culturale, Arnheim, su modello dell’economista e statista Ratenhau. Il risentito, l’amico Walter, il criminale, Moosbrugger, che esercita grande fascino sull’amica Clarissa, in cui intravede, negativamente, il superuomo nietzschiano. È chiaro che queste tipologie non esauriscono i vari personaggi che spesso si scambiano di ruolo o si confrontano nelle varie situazioni.

Il romanzo sembra non avere una logica narrativa, appare “frammentato” (perdita del grande stile – direbbe Nietzsche), vi è un'assenza di centro che predetermina un ordine. Esso riflette nella sua forma la “frantumazione” della realtà che per la maggior parte dei protagonisti, pur se vissuta, non è colta nella sua portata. Anzi si muovono disperatamente nella loro impresa, volendo riferirsi o cogliere una unità ormai inafferrabile (inesistente) e di qui il loro fallimento (naufragio), di cui ne subiscono molte volte l’irrequietezza perturbante.
Ulrich, che è appena tornato, “preso un anno di vacanza dalla vita”, si offre come segretario dell’Azione Parallela, un’impresa mastodontica che dovrebbe organizzare i festeggiamenti per il giubileo del vecchio imperatore Francesco Giuseppe, per i suoi 70 anni di regno che si sarebbero compiuti nel 1918. Il giubileo viene pensato anche in concorrenza al trentennio di Guglielmo II di Prussia (tanto per evidenziare aspetti di geopolitica dell’epoca). L’azione Parallela si risolve però in un nulla di fatto.
Nel confrontare il vecchio e il nuovo, si aprono dispute (chiacchiere) infinite con accenti innovativi (in apparenza) contrapposti a più conservatori se non addirittura reazionari. Ci si aggira in un vuoto pneumatico, volendo dare realtà a idee vuote e illusorie (e pericolose): si discute di Pace entro un impero multiculturale, diventato ormai una polveriera di nazionalismi, si aspira a un capitalismo che vuole incorporare in sé lo spirito (la cultura), o meglio – per dirla con Simmel – la cultura nello spirito del denaro, onde tenere insieme Kultur e Zivilitation, quest’ultima intesa come modernità senza anima che avanza. Lo sguardo è rivolto all’America.
Ulrich si aggira In questo mondo, proclamandosi uomo senza qualità, ne saggia in modo ironico da una parte l’inconsistenza, e dall’altro il destino tragico.
Eppure Ulrich, che in effetti appare come un antieroe (i nuovi protagonisti della letteratura novecentesca) ha qualcosa di speciale. Si rivela essere degno figlio di Nietzsche, filosofo frequentato e amato da Musil. Il filosofo che fa da spartiacque tra l’Ottocento e il Novecento.
Il pensiero di Nietzsche si erge contro l’idealismo, espresso ai massimi vertici dalla dialettica e dal sistema filosofico di Hegel. Si contrappone alla filosofia della storia, la quale ritiene che la storia procede secondo una direzione, portatrice di un senso (dietro c’è chiaramente Schopenhauer) e al rigido positivismo. Nietzsche attacca la stessa struttura e articolazione del soggetto. Mette in discussione la presa del pensiero sulla realtà.
È interessante come Cacciari legge il risvolto nietzschiano di Musil, riguardo al Nichilismo che Nietzsche annuncia come la morte di Dio. Essa proclama la perdita dei Valori (con la “V” maiuscola) e delle illusioni ma annuncia qualcosa di più radicale, la perdita di qualsiasi fondamento.
Ulrich è un nichilista a modo suo. Userei una formula per sintetizzare l’aspetto filosofico di Ulrich. Direi che Ulrich, nelle sue caratteristiche di oltre-uomo nietzschiano, è colui che si incarica, si fa portatore a suo modo di ciò che il filosofo chiama nichilismo attivo, contro invece i fautori del nichilismo passivo, i quali vivono nel risentimento o nelle fughe irrazionali, schivando la realtà proprio perché “difficile” ormai da cogliere, perché c’è bisogno di più acribia e paradossalmente di esattezza, come attesta proprio il matematico Ulrich. Conseguenza di tale atteggiamento sarà la messa in atto del prospettivismo nietzschiano, attraverso la pratica del saggismo da parte di Ulrich/Musil.

Cacciari evidenzia la “visione” di Ulrich tenendo sullo sfondo oltre Nietzsche con il Nichilismo e l’oltre-uomo, figure quali Max Weber, il filosofo del disincanto dell’epoca moderna, della razionalizzazione, del rapporto tra etica delle intenzioni e della responsabilità, Wittgenstein con la discussione sui fondamenti del linguaggio e della logica con il passare dal Tractatus ai Giochi linguistici, entro quel mondo in cui anche la scienza con la relatività e la quantistica – che mette in discussione il determinismo con il principio d’indeterminazione di Heisenberg – discutono dei loro fondamenti e della conformazione delle teorie alla realtà, discorsi ben noti a Musil-Ulrich. Sono essi stessi forme di espressione del Nichilismo nietzschiano.
Essendo privo di certezze, L'uomo senza qualità s’ingegna a vivere nell’incertezza secondo calcolo statistico, perché sa che se una cosa viene “afferrata dal solo concetto perde di spessore”, esplora le varie potenzialità e i limiti del linguaggio sino ai bordi dell’ineffabile (mistico), che però come sottolinea Cacciari “è un mistico che si mostra”, non si sottrae.
L’uomo senza qualità sa che nel mondo vi sono solo eventi, cioè il mondo è il puro accadere dei fatti irrelati tra loro, a cui bisogna pure trovare una forma per potergli dare senso, e che a partire dalla porta stretta della realtà si possono intravvedere le ulteriori possibilità, un barlume di paradiso (l’unica utopia del possibile).

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Un’annotazione finale. Quando ho letto Dallo Steinhof di Cacciari (1980), mi interessò lo sviluppo che Cacciari dava al discorso “sulla crisi”, in riferimento alla possibilità di pensare l’unità dei distinti, che spingerà Cacciari a confrontarsi con figure filosofiche del calibro di Cusano. Questa tensione era molto presente nelle pagine dedicate a Musil, pagine che riguardavano in modo particolare l’incontro con la sorella dal titolo "Verso il regno millenario”. La vicenda è narrata nel secondo volume pubblicato, in effetti l’idea del romanzo nasce da questo spunto narrativo e avrà diverse espansioni.
Il fratello e la sorella gemella si ritrovano dopo la morte del padre, che con autoritarismo li aveva separati da bambini e dell’abbandono di Ulrich dell’Azione Parallela, di cui avverte l’inconsistenza. Si ritrovano per compiere un viaggio nel mistico, per sperimentare attraverso il sentimento con quanto più “esattezza” possibile ciò che va oltre i limiti del linguaggio. Un viaggio interiore attraverso il sentimento dell’amore che chiede “l’unità dei distinti”.
Cacciari legge queste pagine guardando a Wittgenstein, ma oltre Wittgenstein. Sottolinea che per potersi compiere un tale viaggio, fratello e sorella, dovranno sottoporsi a una totale spoliazione di sé. Privarsi del possesso (eigen), rendersi appunto privi di sostanza (meglio di proprietà sostanziale), farsi vuoto in sé stessi, fare esperienza di interiore Gelesseneit (di abbandono.

Tra ‘senza qualità’ e gelesseneit vi è rapporto ma non identità. Nel ‘senza qualità’ (che tradotto correttamente dovrebbe essere senza proprietà) si resta nella critica all’Ego possessivo e acquisitivo e al suo corpo, al potere che esso esercita; l’idea di gelesseneit indica, invece, un’estasi dal rapporto-conflitto con la proprietà, un cessare dello stesso problema del possesso. Il linguaggio trascolora dai saggistici toni dell’ironia e della critica a quelli dell'illuminazione...Oltre tale dimensione ancora sta la storia non narrata, non narrabile.
— Massimo Cacciari, Dallo Steinhof, pagg. 90-91

Il tema dell’unità dei distinti fu declinato da Cacciari in due importanti testi: Geofilosofia dell’Europa (Adelphi) e L'arcipelago (Adelphi).
Avverto, invece, in quest’ultimo saggio di Cacciari, un ulteriore disincanto, che se guardiamo all’Europa diventa disillusione. È l’incertezza dei tempi.


foto © Salvatore Laurenzana