Il libro oltre i confini

Due commenti sull'installazione/performance Book is a Book is a Book di Trickster-p alla cappella dei Celestini di Potenza.

Book is a book is a book al Città delle 100 scale festival di Potenza (Salvatore Laurenzana)

Written by

Francesco Scaringi e Donato Faruolo

Published on

05 November 2021

Duro e preciso, di asciuttezza quasi compiaciuta e feroce, in un registro che appare algido e al contempo di empatia quasi inopportuna, di disperata e sterilizzata sensualità, sembra sintetizzare in laboratorio la “dolcezza” del racconto come generatore di quell’empatia che è prerequisito del “comune”.

Un testo è uno spazio liminare. Un luogo ibrido posto tra il qui e l’altrove, allo stesso modo come su un confine ciò che viene definito come alterità è una distanza che si fa concreta presenza. I primi uomini costruivano la loro geografia con il camminare. Esso in fondo era il primo modo di fare scrittura, di segnare e posizionarsi con il corpo nel mondo circostante riportando le loro esperienze su mappe prive di coerenza geometrica ma ricca di traiettorie che ricamavano intrecci articolati.
De Certeau riferendosi al modo di esperire e rappresentare il mondo poneva una distinzione tra il camminare degli antichi connesso alla dimensione dinamica temporale degli spazi, al loro farsi narrazione e incontro, sovrapposizione di dimensioni ed esperienza, in contrasta alla modalità dei moderni di definire e immobilizzare i luoghi secondo una omogenea visione geometrizzante.
È questa una postura ben presente ed esplicitata nella installazione/performance Book is a Book is a Book di Trickster-p. Ciò che si offre al partecipante è il rapporto intenso e ambiguo tra la scrittura (il farsi) e la lettura di un libro, nel rapporto che si stabilisce tra l’io e il tu (e il noi).
L’istallazione costituisce al contempo un luogo reale e immaginario in cui da una parte si colloca un io narrante, che fa da guida nel proporre lo spazio della propria esperienza e immaginazione (a volte in modo anche invadente), e dall’altro invece il lettore (ascoltatore) che mentre segue il “tracciato” proposto gioca all’evasione per seguire percorsi altri.
Accade così, come è proprio della lettura, che due entità estranee, lo scrittore e il lettore si fondono con le reciproche diversità ingaggiando una lotta tra costrizione e libertà.
Infatti la postazione in cui ognuno si siede costringe a stare in uno spazio contenuto tra la sedia, tavolo, lampada con avanti l’oggetto libro che ne è il punto focale di attrazione.
Man mano, grazie alla voce narrante e ai suoni/rumori provenienti dalla cuffia e alle variazioni luminose determinate dalla lampada si aprono una pluralità di percorsi con una propria geografia, che da forma ad una mappa arzigogolata di traiettorie molteplici, che se magari disegnata e confrontata con quella degli altri astanti sicuramente pur nella loro diversità tutte manterrebbero un aria familiare.
Lo spazio del libro, riesce a contenere in sé la molteplicità dei luoghi in una dimensione comune.
In fondo si tratta del suo (della scrittrice) e del nostro mondo (del lettore) che hanno uno sfondo comune, il mondo, a cui entrambi apparteniamo e nello stesso tempo lo realizziamo con il nostro esserci in e con esso. Ne celebriamo l’esistenza e la sua realizzazione attraverso una ritualità comune, e qui l’installazione accede alla dimensione teatrale.
Spazio e tempo sono inscindibili e l’una dimensione si proietta nell’altra. Ritorna il primo geografo e il suo rapporto con il mondo/terra fatto di reciproca segnatura di attenzione e circospezione privo di volontà di dominio come cartografia più recenti invece pretendono.
Tra i luoghi preferiti (nel testo/installazione) vi sono quelli in cui non c’è una precisa identità, segnata da un rigido codice umano. Sono preferiti gli spazi distesi dai confini incerti e non rilevabili. Lo sguardo da finestre che si proiettano nel lontano orizzonte o nelle micro variazioni di un giardino sottostante. Si esplorano i luoghi dell’abbandono dove la presenza umana è residuale e la natura sta a riconquistare il terreno occupato o invaso da una presenza spropositata. Dove timidamente gli animali si affacciano con i loro versi.
In quella “rarefazione” dove si incontrano le cose nella loro nudità infantile e la parola si fa poetica, riscrittura di un mondo, di un nuovo mondo.
L’istallazione è una celebrazione del libro e della lettura teatralizzandone l’esperienza. Essa si presenta come un palcoscenico i cui spazi sono ordinati geometricamente da banchi su cui i protagonisti (avventori) performano con la mente il testo proposto e lo sviluppano in azione mentale in una comune ritualità così come gli spettatori al teatro. Solo che qui la scena è tutta mentale.
A scanso di equivoci non è un tentativo di evasione nella fantasia come qualche film ha voluto insegnarci. Al contrario siamo di fronte al farsi dell’inestricabile e imponderabile rapporto tra linguaggio e mondo a tentare di definire e sfondare i limiti dell’uno e dell’altro.
Francesco Scaringi


bookisabook slaurenzana

Ai confini dell’esperienza teatrale, senza performer in scena, e senza nemmeno una scena in senso tradizionale. Trickster-p a Potenza con Book is a book is a book per Città delle 100 Scale Festival allestisce un’aula studio con postazioni individuali: ognuna ha un tavolo, una sedia, una lampada, delle cuffie e un libro che rappresenta l’esperienza archetipica dell’immaginifico.
Dopo aver “inforcato” le cuffie, la voce guida riesce a portare lo spettatore in una specie di iperspazio in cui il testo teatrale è l’attivatore del dispositivo-libro e di quel processo di spossessamento che è proprio della lettura, ma che è anche alla radice del teatro, come di tutti quei processi culturali in cui simboli, segni, rappresentazioni riescono non solo ad alludere a realtà lontane o inesistenti ma addirittura a renderci il senso di abitare quell’altrove.
Lo spettacolo però ha il coraggio di valicare e profanare la dimensione compiaciuta dell’individualità, colpa originale del lettore: a metà tra l’esperienza del singolo e quella collettiva, il libro al centro di questa esperienza teatrale concretizza in modo estremamente plastico il mito di un immaginario che si condivide come le radici rizomatose del bambù, in un piano proiettivo e impalpabile che però è alla base di ogni possibilità di convivere in una dimensione dell’umano. E nei pochi momenti di ridestanento concessi, per paradosso, la condivisione del testo percepita nel turbamento e nella com-mozione negli sguardi vicini appare come la prova che la realtà stessa non sia un dato immobile al di fuori di noi, ma un processo di traduzione culturale, vicino alla riduzione linguistica di Wittgenstein, ma con un fondo non sintetizzabile di poetico.
Duro e preciso, di asciuttezza quasi compiaciuta e feroce, in un registro che appare algido e al contempo di empatia quasi inopportuna, di disperata e sterilizzata sensualità, sembra sintetizzare in laboratorio la “dolcezza” del racconto come generatore di quell’empatia che è prerequisito del “comune”. Una sottile durezza che tira fuori lo “spettacolo” dalla genericità del sentimentale per farlo divenire un dispositivo di coscienza in cui l’emersione di un dato profondo e taciuto è al contempo una conquista e un trauma sottile.
Donato Faruolo


foto © Salvatore Laurenzana