Allons enfants

Ottantanove di Frosini/Timpano gira intorno al concetto di rivoluzione, termine che ha subito uno slittamento semantico.

Frosini-Timpano, Ottantanove al Città delle 100 scale festival (foto Salvatore Laurenzana)

Written by

Francesco Scaringi

Published on

28 October 2021

È il teatro, che giocando un po’ su se stesso, si sporge proprio su quella dimensione esistenziale, qui “politica” nel senso di un punto di vista critico sul nostro modo di essere nel mondo e di guardare al futuro.

Lo spettacolo, che ha trovato la sua ideazione proprio a Potenza durante una residenza creativa antecedente alla pandemia, ha rappresentato un’altra tappa significativa del festival. Lo spettacolo gira intorno alla “rivoluzione”. Il termine ultimamente in Italia e nel mondo ha subito uno slittamento semantico non di poco conto. Filologicamente e idealmente (non sempre dal punto di vista storiografico) è legato all’idea di un progresso caratterizzato da un momento di rottura rispetto al passato a cui collabora la volontà degli uomini con l’intento di eliminare quanto di distorto e ingiusto vi è nel mondo e nella società per fondarne una nuova.
Da qualche decennio, per limitarci all’Italia, dall’epoca berlusconiana in poi è entrato nella banalità dell’uso mediatico per cui chiunque si accinge a fare qualcosa enfaticamente compie atti epocali e rivoluzionari. Si sono persino costruiti ossimori come “rivoluzione conservatrice”. Lo spettacolo di Frosini/Timpano intreccia tra loro tre sguardi sulla rivoluzione a partire da ciò che nella modernità ne è la matrice principale, cioè la Rivoluzione francese. Da una parte quel sottofondo critico che si può ritrovare in alcune storiografie che nutrono la visione reazionaria e reattiva nei suoi confronti, fino agli epigoni del luogo comune e della confusa “ideologia” della deprecatio temporum così come viene manifestata in ambienti conservatori, integralisti, fascistoidi e sovranisti, che oggi possono manifestare il loro rancore con più forza grazie ai media e social con tutte le brutture consustanziali quali prima di tutto il razzismo e l’idea dei muri sui confini.
L’altro aspetto riguarda il mito positivo della rivoluzione come motore di cambiamento espresso con enfasi già dal suo nascere, quale la consapevolezza che, per cambiare le cose, bisogna agire farsi protagonisti di una storia nuova. Senza tralasciare di evidenziare tutte le contraddizioni che una tale speranza porta in sé persino le disillusioni che possano diventare amare e far cambiare di segno l’umore e l’atteggiamento. E infine, come dire, la “fine” (almeno così appare) di ogni illusione o potenzialità “rivoluzionaria” riferita all’oggi, a questo passaggio di secolo in cui sembra che vecchie categorie interpretative della realtà non funzionino o non abbiano voce in capitolo.

L’argomento è tosto e solo il coraggio, la bravura e la “spericolatezza” del due Frosini/Timpano potevano trasportare tutto questo in un testo teatrale che avesse il suo solido fondamento culturale e storiografico, la sua godibilità e coerenza fuori dal didatticismo esasperato o dall’intento pedagogico-politico.
È il teatro, che giocando un po’ su se stesso, si sporge proprio su quella dimensione esistenziale, qui “politica” nel senso di un punto di vista critico sul nostro modo di essere nel mondo e di guardare al futuro. Quindi un percorso “introspettivo” che più di interessarsi all’anima individuale si tuffa nell’immaginario collettivo e sul mutare della percezione storica in una specie di percorso rammemorante per chiedersi cosa siamo e cosa di un così “glorioso” passato resta. Una non facile sintesi costruita per sapienti, sovrapposizione e intreccio di registi teatrali del basso e dell’alto che trovano parola e azione in una “archeologia del sapere” fatta su testi di varia provenienza storiografica, letteraria, e popolare, come è caratteristico della loro ricerca teatrale.
Tutto, però, giocato sul piano della “leggerezza” espositiva mantenuta sul filo dell’ironia che si regge sul contrasto dei testi scelti, delle retoriche disseminate e denudate, delle vulgate e delle derive volgari. Così, giusto per citare alcune cose tra le tante, si scopre l’animo rancoroso e reazionario come emerge nel Misogallo di un Alfieri (che elenca già tutti i pregiudizi che saranno alla base di quel nazionalismo che diventerà tragico protagonista dei conflitti mondiali tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del novecento oggi ripassato in salsa sovranista). Oppure la sublime “trombonaggine” di V. Hugo nel descrivere la Convenzione di Parigi. Allucinante l’ascolto di Radio Maria dove, la vecchietta chiede che con l’aiuto di Dio si possa eliminare tutto il male, recitando il cliché ideologico e storiografico, che prima il protestantesimo, poi la rivoluzione francese, a seguire quella di ottobre e fino a salire al 68 hanno contribuito a portare nel mondo, confortata dal conduttore che dice “ci stiamo provando, bisogna avere pazienza, ci vuole tempo”.

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Il materiale è tanto, perché l’argomento lo richiede, e così sul palcoscenico - per far sì che l’intreccio possa svilupparsi - al duo Frosini Timpano si aggiunge la presenza di Marco Cavalcoli che moltiplica ulteriormente i punti di vista e le figure/personaggi emblematici che entrano in scena.
Lo spettacolo è ricco di verve e gli attori in scena lo animano con un bel dinamismo fisico, con un gusto letterario raffinato che non diventa mai piacere citazionista fine a se stesso. Pieno anche di curiosità, di alcune paradossali “stranezze” che porta in sé se lette da una certa prospettiva, come la musica della marsigliese che è un brano musicale di un italiano che ormai non si cita più o di un teatro “rivoluzionario” antico e recente finito negli scaffali polverosi che riaccennato manifesta un non so che di patetico e di una strana tenerezza nei confronti di tanta speranza disillusa.
Lo spettacolo alle tante osservazioni e domande poste sulla rivoluzione, sul presente e sul futuro, non vuole dare una risposta definitiva, pur se emerge alla fine una tonalità pessimistica. Rispetto a una tale memoria sembra che ormai nell’attuale passaggio epocale se pur malinconicamente bisogna porvi un velo sopra così, come succede in palcoscenico per il piccolo bonsai che ha simboleggiato l’albero della libertà durante lo spettacolo. Appare quasi la dichiarazione della fine di una speranza, del declinare di un’onda che ha attraversato varie epoche, che sta alla base del nostre essere che oggi invece traballa sulle sue fondamenta. Una sospensione che lascia intendere che esiste una trasformazione che non è ancora compresa e che per il momento alternative possibili sono indecifrabili.
Se però vogliamo leggere anche in controluce allora dobbiamo riprendere il filo ironico che soggiace a tutto lo spettacolo, che ha proprio la funzione, da una parte di essere una spietata critica di ciò che sono stati alcuni atteggiamenti del passato remoto e recente, dall’altra assolvere alla funzione che le è proprio di ribaltamento delle situazioni. In questo caso di sospendere il pessimismo apparente indicando una postura che da quel passato ormai lontano ci viene. Essere cioè sentinelle delle contraddizioni e dei conflitti che se pur ancora confusamente vi sono dentro una realtà che domanda di essere interpretata e trasformata. Allons enfants…


foto © Salvatore Laurenzana